IL MAGGIO DEGLI ASINI. Di Davide Giovannini

Ospitiamo oggi, con immenso piacere, un articolo di Davide Giovannini,  poeta contemporaneo.

Sensibile, particolarmente, alla voce degli animali, ci offre uno sguardo al di là della finestra, nella sua Romagna. Dove, sotto il canto degli uccelli, un raglio lontano si unisce alla voce della gente di quelle campagne, che conoscono il segreto di maggio…

Davide Giovannini

Guardare fuori dalla finestra mentre il caffè borbotta roco nella moka è il rito di ogni mattina, anche di questa che mi ha visto alzare più tardi perché giornata di riposo; sarà perché la vista dalla mia cucina è bella, o almeno così mi appare e per questo mi ritengo doppiamente fortunato, dopo  il buio della notte mi piace osservare questo scampolo di mondo che riprende la quotidiana vita.

Lo sguardo cerca inutilmente il pettirosso, è naturale: dopo aver trovato riparo nella siepe del giardino per tutto l’inverno, da qualche tempo è tornato nel bosco sui monti poco distanti; so che ci rivedremo nell’autunno, quando gli farò ritrovare il conforto delle granaglie: sorrido.

Ora siamo a maggio, tempo di nuovi ospiti, di nuovi incontri. In un nido sull’albero della casa di fronte si stanno per schiudere le uova della cinciarella, passeriforme dalla variopinta livrea. Dietro, i campi sono verdi del grano ormai alto, le colline ammantate di vigne digradano dolci e già promettono un vino generoso come la mia terra, la Romagna.

Maggio, mese dalla vitalità esuberante, esagerata quasi guascona, tanto da rendere instabili gli animi più sensibili; “Maz, mes di mët e di sumër” (maggio mese dei matti e dei somari) dicono i vecchi dalle nostre parti che forse di matti si intendono davvero avendo ospitato  nella città di Imola nientemeno che due ospedali psichiatrici, e anche intenditori di asini, considerando il ruolo avuto da questo animale, ignorante solo per gli stolti. L’asino romagnolo, autoctono di Forlì, era infatti largamente diffuso  anche nelle campagne di questa terra di frontiera.

Bestia dicevo mite, semplice come certe persone che se però costrette, possono ribellarsi e qui torna la cara vecchia saggezza dei proverbi: “Al bastunê u n’ li vö gnânc e’ sumar” (le bastonate non le vuole neanche il somaro), della serie: va bene una, va bene due, alla terza però parte il calcione dalla precisione millimetrica.

Tornando al primo proverbio citato e spiegata la prima parte, rimane da comprendere la seconda, del perché da noi si dice: maz di sumër. Per chiarirlo, ci viene in aiuto un altro modo di dire assai più eloquente: “Maz  in fior, sumër in amor” (maggio in fiore, somari in amore). Ecco spiegato ciò che arcano più di tanto non è: maggio è il mese degli amori del nostro amico asino del quale, sempre dal mio luogo privilegiato di osservazione, ho la possibilità di ascoltare seppur in lontananza,  gli euforici ragli che gli auguro indirizzati a ragione ma soprattutto corrisposti dall’amata.

Con un azzardo tipico della categoria, un filosofo contemporaneo  diceva  che di loro che tanto hanno patito in silenzio e servito in umiltà, sarà il regno dei cieli; mi viene da pensare che forse al mio vicino quadrupede, dismesso il basto e diventato ormai animale da compagnia a tempo pieno, non dispiaccia affatto fare attendere l’eternità: tra bestie ci si intende.

Termino di scrivere questo breve articolo, tralasciato per gli impegni della giornata, che ormai è notte. Dalla finestra socchiusa entra il canto dell’assiolo, immediato il rimando alla poesia del Pascoli dedicata a questo rapace notturno che, tra l’altro, recita:

Dov’era la luna? Ché il cielo

notava in un’alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi

da un nero di nubi laggiù;

veniva una voce dai campi

chiù…

un’altra notte, che presto sarà riposo nell’attesa di un nuovo giorno su questa terra: Romagna solatia dolce paese… cantava sempre il Pascoli; ma questa, è forse un’altra storia.

 

 

Il pettirosso

 

Piccolino

cosa ci fai ancora

tra le siepi del giardino?

L’inverno è oramai finito

non lo senti il bosco che ti chiama?

 

Sento, lo sento

che a gran voce invoca il mio canto segreto

ma aspetto

della rosa il fiorire

vermiglio come il mio petto

allora

soltanto allora

potrò dipartire

e finanche sparire.

 

Davide Giovannini