SIENA E FIERACAVALLI: IL CORAGGIO DI UNA RIFLESSIONE, TRA MORTI E MORTIFICAZIONI. Intervista a Francesco De Giorgio

 

Leon

 

Quell’arto al contrario, Siena.

Quello di Raoul che correva nell’inferno di un palio senza averlo scelto. Quell’arto che si muoveva al contrario, dondolante, spezzato. Sembra il simbolo di una scena che andrebbe, tutta, rovesciata al contrario. Una scena di vita e non di morte, di rispetto e non di prevaricazione dovrebbe essere quella che disegna il nostro rapporto con gli altri animali su questa Terra.

Fieracavalli, Verona.

“Ma veramente si può pensare che un evento come FieraCavalli di Verona sia diverso dal Palio di Siena? Entrambi, insieme a molti altri eventi con cavalli, asini, cani e varie altre animalità, appartengono alla stessa ideologia sbagliata da sovvertire e se ci si oppone all’uno, non si può andare all’altro”: così l’incipit di Francesco De Giorgio – biologo, con particolare interesse all’etica animale, specializzato in cognizione animale ed esperto di etologia dell’animalità– in un post apparso sul suo profilo Facebook la mattina del 22 ottobre.

La considerazione non può non colpire. Ma non vogliamo lasciarlo inerte, quel colpo. E anzi, onorando la capacità umana di speculazione, rialzarci e riflettere.

Lo facciamo parlando direttamente con Francesco De Giorgio: nato nel 1965, trascorre l’infanzia in campagna, nel rapporto con la terra e le sue creature. A Parma si laurea e incontra il professor Danilo Mainardi, che diventerà suo mentore, per iniziare quindi un percorso di studio e ricerca indipendente vissuto in favore e in nome degli animali. Dall’esperienza sul campo, dalla pratica vissuta ogni giorno, raccoglie quel bagaglio di informazioni, emozioni, riflessioni che stanno alla base di Learning Animals, istituto internazionale di formazione negli ambiti di etica, etologia e zooantropologia, che dirige insieme alla moglie José sulle colline dell’entroterra ligure. È autore di articoli scientifici, divulgativi, ma soprattutto di critica all’antropocentrismo. Fra i suoi scritti più recenti, “Dizionario Bilingue Italiano-Cavallo Cavallo-Italiano” (Sonda, 2010), “Comprendere il Cavallo” (De Vecchi, 2015) e il recente “Nel nome dell’animalità”(PubMe, 2018) pubblicati in Italia, ed Equus Lost? (Trafalgar Square Books, 2017), pubblicato negli Stati Uniti. Una prossima pubblicazione è in corso d’opera.

ritratto fdg

 

Francesco, facciamo una premessa, per capire  – al di là del tuo profilo biografico e professionale – da chi giungono questi pensieri stimolanti e molto forti: come potresti sintetizzare le modalità di un rapporto ideale tra uomo e altri animali sul pianeta?

Inizio dalla fine della tua domanda, Alessandra, e inizio da biologo mettendo in risalto un errore umanista ancora molto frequente che, spesso da una parte negato e da un’altra dato troppo per scontato, mette l’uomo e gli animali in contrapposizione e mettendo generalmente il primo in una categoria privilegiata rispetto ai secondi. La riflessione riferita al mio post citato in questa intervista, giunge da chi ha fatto da sempre propria un’idea di vita, studio e personale messa in discussione, fatta di costante viaggio, continuo sviluppo di temi, concretezza e pensiero critico, in particolare modo per favorire un ragionare su una diversa e più moderna coesistenza con l’animalità, anche umana, non basata sulle oppressioni, anche quando gentili, ma sulla liberazione che è cosa ben diversa dalle varie dimostrazioni di presunta libertà. Per giungere a questo bisogna fare delle scelte chiare, non basate sui buoni intenti o romanticismi, ma su un diverso sapere, entrando con impegno e caparbietà in prospettive che fanno parte di altri paradigmi di conoscenza, all’interno di diverse cornici scientifiche, filosofiche, ma anche politiche che mettano centrali l’antispecismo come fondamento imprescindibile. Di certo contesti come quelli di fiere, palii, anche le più moderne attività assistite dagli animali, ma anche l’oppressione degli animali per intrattenimento e finanche per fini ecologici e di tutela della biodiversità, vanno messi in discussione fortemente critica se si ha il desiderio di camminare, esplorare e vivere oltre un predeterminato orizzonte nel convivere autenticamente con l’animalità.

 

Ora entriamo nel vivo della questione che hai posto: cosa accomuna i palii e le fiere?

Ciò che accomuna è una cultura del dominio, oltre a tutte quelle altre subculture che le girano intorno. E’ proprio in base a questa cultura che nega l’animalità, anche umana, che vediamo o scegliamo di vedere solo gli abusi evidenti, anzi vediamo meglio se c’è qualche morte animale come l’ultima di Raoul al Palio di Siena, ma vediamo meno o scegliamo di vedere meno se non c’è morte ma mortificazione come accade, non casualmente, ma usualmente, in contesti come Fiera Cavalli di Verona, ma anche in molti altri contesti, che all’apparenza sembrano anche molto innocui, ma dove quella cultura, che mette gli animali in una categoria diversa dai non umani, rimane impregnante anche quando sembra apparentemente di valorizzarli. Si tende a focalizzare attenzione e contrarietà solo quando vengono perse vite, ma ci sono molte più vite che non vengono perse, ma vengono negate e rese morte anche se continuano a respirare per molti anni. E qui non parlo solo di tutelare il benessere animale, ma la dignità e soggettività animale, indipendentemente dai suoi parametri fisiologici. Anzi parlare di benessere è un’arma a doppio taglio per l’animalità, un po’ come parlare di etologia e altri temi simili che sono diventati un rischio per gli animali, più che un’opportunità.

 

La risposta dei cittadini di Siena la conosciamo: una ostinata e convinta difesa delle tradizioni, lì vissute con particolare moto viscerale. Sia loro che, e ovviamente ancora di più, di chi porta i propri equini a Fieracavalli, sottolineano  la cura e l’amore per le proprie bestiole, dichiarando che in nessun caso farebbero del male ai propri cavalli e asini. Dove, quando, secondo te, iniziamo a “far male” agli animali?

Si inizia a far male agli animali quando iniziamo ad amarli e lo scrivo apposta senza virgolettato. Non ho mai sentito nessuno che vive, lavora e usa gli animali dire di odiare gli animali. Anche uno stalker in genere dice di amare la propria vittima. Le criticità che vivono gli animali a causa di queste romanticizzazioni sono notevoli, variegate, spesso sottostimate se non negate del tutto. Anche un contesto come Fiera Cavalli spinge molto, soprattutto negli ultimi anni, sull’amore e per dirla con Massimo Troisi ci sta tutto il titolo di un suo film: “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”. Poi in genere si amano le specie, le razze, le attività. C’è chi ama gli asini, chi i cavalli, chi i cani. C’è chi ama i cavalli arabi, chi gli asini di martina franca, chi i border collies. C’è chi ama la monta western, chi la monta classica, chi la monta naturale. C’è chi ama l’asino che salta un ostacolo eguagliando un cavallo, c’è chi ama l’asino che fa la raccolta differenziata, c’è chi ama l’asino pet e via dicendo. E con questo si chiudono e si aprono molti altri cerchi da una parte di negazione della soggettività e dall’altra di continuazione dell’oppressione.

 

Con i tuoi programmi di Learning Animals diffondi e insegni la cultura della relazione con gli animali, parlando di etica, cognizione, dialogo. Ti occupi particolarmente di equidi: cosa puoi dirci dell’asino, della sua personalità e del rapporto che hai tu con lui, al quale questa rivista dedica tutta l’attenzione?

Per me l’asino non esiste, come non esiste il cavallo, il cane, ecc. ma esiste quell’asino, quel cavallo, quel cane. Quando ho facilitato qualcuno a preservare o recuperare il suo patrimonio cognitivo, non ho mai incontrato asini, ma ho incontrato Leon, Tiburtzi, Jeda, Cesare, Selva e molte altre soggettività. Quello che invece ho incontrato più o meno spalmato sulla categoria asini sono state proiezioni abbastanza tipiche come paziente, testardo, disponibile, dolce e via dicendo. Qui per me non esiste una personalità asinina generica, ma di quell’asino, in quel contesto, in quella relazione, in quella giornata. Ho incontrato e facilitato anche soggettività asinine etichettate come problematiche, ma che in realtà esprimevano in tutta quella presunta problematicità, tutta la loro fiera resistenza partigiana e cognitiva alle oppressioni antropocentriche e addestrocentriche, anche e soprattutto a quelle oppressioni gentili che sono le più difficili da debellare.

Molti di noi, compresa la scrivente, nel corso del tempo frequentando gli animali hanno modificato la propria opinione, hanno percorso una strada verso nuove consapevolezze rispetto al modo in cui ci si rapporta con loro, strada sempre costellata da dubbi, sui quali soffermarsi. Anche nella tua vita c’è stata una vicenda assimilabile a questa?

Io credo che l’evoluzione sia un valore importante non una cosa di cui doversi giustificare, soprattutto quando parliamo di evoluzione di coscienza. Anche io ho fatto il mio viaggio di crescita, con scelte anche molto forti. Devo dire che la mia strada è stata costellata da dubbi molto volatili, nel senso che se avevo un dubbio non gli permettevo di vivere troppo tempo nei miei pensieri, ma eseguivo una scelta, una decisione, un cambiamento che mi permetteva di fugare velocemente quel dubbio. Vero quindi che ognuno ha il suo viaggio, i suoi tempi e i suoi modi, ma prima o poi sarai portato a scegliere da che parte stare e conviene farlo velocemente, perché i tempi cambiano, le sensibilità cambiano ed anche le leggi cambiano, non in base a qualche tardiva quanto inutile evidenza scientifica, ma in base al pensiero critico che ognuno di noi può dare come contributo ad una vera cultura animale.

 

Siamo particolarmente grati a Francesco De Giorgio per lo stimolo ad una riflessione coraggiosa. Il coraggio di fare una scelta senza scendere a compromessi con noi stessi quando si tratta di confrontarsi con gli altri animali nel mondo, compromessi spesso – se non sempre – dettati da nostri bisogni ai quali non riusciamo a rinunciare. L’invito ad una convivenza osservativa e dialogica, senza alcun tipo di oppressione e sfruttamento sembra quasi utopica oggi, eppure è la strada da percorrere. Nel nome della libertà o, come preferisce dire De Giorgio, “Più che un viaggio per dimostrare libertà, un viaggio per godere di liberazioni”.