E A DAVID TIRIAMO LE ORECCHIE (ma amiamo il suo naso da clown)

ciuchino

Chi di voi non si è mai servito di stereotipi, pregiudizi e frasi fatte pescando dal mondo animale appellativi per denigrare l’uomo? “Quello è un maiale”, “Ha un cervello di gallina”, “Diventa proprio una iena”, “È gettare le perle ai porci”, “Non fare l’oca”, “Mi sento un verme”…

Ora, se immaginiamo comunità di amanti di uno di questi animali, o ipotetiche testate Porciniùs, Ocaniùs, Lombriconiùs e via così, ci aspetteremmo una strenua difesa, e giustissima, delle bestiole in questione, certamente vittime di nostra ignoranza.

Quindi, come sempre, Scagli la prima pietra, eccetera eccetera.

È su questa doverosa premessa che facciamo seguire – beninteso, con animo pacato e comprensivo – una lettera aperta a David Gilmore, clownterapeuta e teatropedagogo tedesco, autore del libro “Il lato comico della tua mente. Impara a usare il potenziale nascosto dell’allegria, della risata e dell’umorismo”, pubblicato in Italia dalle “Edizioni Il punto d’incontro”, il cui catalogo si mostra piuttosto ricco per gli interessati ai temi della salute naturale e della spiritualità, con una originale collana dedicata ai pellerossa. Ma tornando all’asino…

copertina gilmore

“Caro David Gilmore,

il suo libro è utile, e tratta temi così importanti – gli stessi che lei propone anche nei suoi seminari – quali, per usare le sue stesse parole, il risveglio della forza della nostra risata e l’importanza di “vedere la natura giocosa e mutevole della vita”, riconoscendo i limiti che noi stessi ci autoimponiamo.

Ma deve perdonarci se qui, parlando del suo bel libro, ci soffermiamo, bonariamente critici, al capitolo “La libertà dell’asino e la paura della libertà”. Sa, noi asinari teniamo molto a diffondere un pensiero che allontani da questa bella bestia gli stereotipi antichi, e che lo innalzi sul piedistallo. Perdoni l’ardire, da veri innamorati.

Lei premette: “Qui non si parla dell’asino come animale bensì di ciò che rappresenta”. Ecco perché ci intrufoliamo, un po’ importuni e petulanti, nel suo scritto: perché speriamo che un giorno l’asino non debba più essere, per l’uomo, simbolo di vuota testardaggine, stupidità, immobilismo di pensiero, incapacità di fare una scelta. Leggiamo insieme parti del suo capitolo, in cui per indicare chi non riesce ad uscire da uno stato di “ingabbiamento” nelle sue parti più buie lei si serve della figura dell’asino interiore. Naturalmente non discutiamo l’esattezza delle sue considerazioni sul comportamento umano, ma la invitiamo a non utilizzare più, a simbolo del peggio, il povero bistrattato asino! E cerchiamo qui di darle le nostre ragioni.

“Questo animale rappresenta – lei scrive – ciò che in noi si rifiuta di cambiare anche dopo aver compreso il giovamento che ne conseguirebbe”. Ops! Qui devo autocitarmi, e me ne scuso… ma ho avuto modo di parlare, in un recente libro, proprio dell’asino che ci accompagna al cambiamento di vita! Sa che, addirittura, si dice che l’asino arrivi sul nostro cammino proprio quando siamo pronti al cambiamento? È, piuttosto, una guida che ci accompagna, con il suo incedere lento e saggio, con il suo modo pacato di ricordarci quale sia il nostro posto sulla terra, con la sua capacità di fare da specchio per le nostre debolezze, aiutandoci a migliorare.

Lei giustamente poi aggiunge: è libero, “fa ciò che vuole e non si lascia convincere da nessuno”. Oh sì, beato lui che ne ha la levatura. Questo, letto in chiave ottimistica, naturalmente, ma la sua interpretazione va in senso opposto, portando l’esempio di un partecipante ad un suo corso che “Testardamente si rifiutava di fare ciò che la possibilità di una soluzione offriva: agire”. L’asino, però, non sta fermo perché non vuole agire: piuttosto si ferma a pensare per poi agire al meglio! Lo stesso partecipante, lei ci racconta, “nel corso degli anni ebbe la tendenza a coltivare l’asino in molte situazioni di vita: “Io voglio, ma non voglio!”. E ancora: “Nei miei seminari continuo a incontrare l’asino, soprattutto nei casi in cui ci si rifiuta di fare ciò che potrebbe aiutare o portare gioia”. Signor Gilmore, la preghiamo: provi a guardare un asino mentre si rotola per terra, e quale espressione ha quando, pur con una certa fatica data dalla mole, si rialza… gioia pura, e autoaiuto (il gesto, giocoso e divertente, serve anche a proteggersi dagli insetti).

Più avanti: “L’asino ha ragione [da intendersi, nel contesto: vince su di noi, ha ragione di noi, ndr] quando decidiamo di farci del male piuttosto che ammettere che abbiamo bisogno di aiuto, quando siamo troppo orgogliosi per accettare aiuto […] quando neghiamo la realtà che ci sta di fronte e vogliamo credere solo alla nostra visione della situazione. E ha ragione quando mi boicotto da solo, quando penso che niente mi riguardi. Anche una depressione contiene un bel pezzo d’asino”. Se all’inizio di queste sue considerazioni forse possiamo darle ragione sulla mancata richiesta d’aiuto (l’asino purtroppo è stoico, tarda a mostrare i segni del dolore che prova, così che capita di soccorrerlo troppo tardi), la frase in chiusura quella no, quella proprio scoraggia noi che abbiamo visto quel muso, quelle orecchie, far tornare il sorriso almeno per un momento su molti volti umani segnati dal disagio psicologico.

Riguardo alle persone che lottano costantemente con gli altri, provando disperazione al proprio senso di inutilità e all’incapacità di vincere, lei dice che in loro “l’asino vive nella prigione interiore dell’autoinganno”. Nulla da obiettare, ripetiamo, sull’esistenza di tali sentimenti e comportamenti umani, ma il povero asino non li rappresenta affatto.

Nei suoi seminari lei fa impersonare a due partecipanti l’asino e la vita, invitando quest’ultima a chiedere all’altro “Vieni!”, come invito a fare qualcosa, e notando che “L’asino o si rifiuta nel modo classico o si fa venire in mente tutte le strategie possibili per rifiutare l’offerta”. Vita versus asino? Ancora una volta, no signor Gilmore. E ancor meno riusciamo ad accettare la sua conclusione autobiografica: “Se riconosciamo che qualcosa è brutto, allora forse possiamo ricevere l’aiuto di cui abbiamo bisogno. Ad esempio, per venire a patti col mio asino, dovetti dapprima essere pronto a non poter più vivere come asino. Accettai l’aiuto e scoprii che né io né la vita eravamo poi così brutti”. Ma David – scusi se la chiamo per nome, è per avvicinarmi di più a lei in amicizia e comprensione – David, ha visto quanto sono belli, gli asini?

Non ci prenda per matti, leggeremo il suo libro per vivere meglio, perché siamo consapevoli del valore della comicità e della risata, e grazie a lei potremo imparare a farne uso. Ma da pagina 155 a pagina 162 dell’edizione italiana ci permetta di sovrapporre al suo scritto tutte le fotografie che ritraggono l’asino che ride, anche di noi.

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Le esprimiamo profonda gratitudine per aver ascoltato la voce degli asinari, e la salutiamo con l’augurio che un simpatico somaro con il naso rosso giunga a rallegrare ulteriormente il suo cammino, magari in sogno. Viva l’asino clown che abita in noi!