L’ASINO COME BASE SICURA. La valutazione scientifica dell’onoterapia

             

silvienne asini e galline

Forse si sente ancora dire “un po’ come con i cavalli, vero?”, perché l’ippoterapia è più conosciuta, ma l’onoterapia  (che infatti il Pc mi sottolinea ancora in rosso come errore) inizia a trovare spazio sempre maggiore presso la stampa, anche generalista. Benissimo, per il valore che ha la divulgazione presso l’ampio pubblico.

Ma oggi vorremmo soffermarci sull’interessante questione della scientificità dell’approccio di studio, segnalando un articolo pubblicato appunto su una rivista di settore, Ecologia della Mente,  diretta da Luigi Cancrini, che prima di ospitare un testo lo sottopone a due referees (valutatori) e che nel numero del luglio 2016 ha dato spazio al tema della terapia assistita con gli asini.

 

ecologia_m

 

L’autrice è Carolina Bazzi, psicologa clinica ad orientamento sistemico-famigliare, psicoterapeuta, ippoterapeuta e onoterapeuta, e titolare del Centro Terapeutico La Silvienne di Cermenate (Como).

Il Centro risiede nel contesto di  un’azienda agricola che ospita diverse specie di animali, oltre agli asini: cani, gatti, galline, oche, suini, ovini.  E, naturalmente, lo studio di psicologia, a ridosso delle stalle. La Silvienne è anche fattoria sociale, e collabora con cooperative di tipo A, che offrono servizi socio assistenziali, sanitari ed educativi.

Silvienne struttura e asini   silvienne gallo

Ecologia della Mente, che per questo ringraziamo, ha concesso ad Asiniùs la pubblicazione di un ampio estratto, rimandando  chi volesse accedere all’articolo completo (a pagamento, per la cifra di 10 €) a questo link: http://www.ecologiadellamente.it/index.php?archivio=yes&vol_id=2623.

Il pezzo, dal titolo “L’asino come base sicura: un modello di terapia di gruppo con adolescenti post traumatici in comunità”, propone una prima parte generale, introdotta da un’ampia panoramica della letteratura in materia, cui seguono indicazioni – nate dall’esperienza dell’autrice che da anni lavora con gli asini – sulle caratteristiche degli animali destinati al lavoro di mediazione terapeutica, sulle modalità di allevamento e cura, sulle fasce d’utenza per le quali è indicata l’onoterapia e sui programmi terapeutici.

Una seconda parte affronta nello specifico il lavoro sugli adolescenti, riportando le schede di sette casi esemplificativi accomunati dalla presenza di traumi e carenze derivanti dal tessuto famigliare e sociale di nascita. Uno di questi, il caso clinico di Clara, è analizzato in dettaglio.

È la stessa autrice a spiegarci che “scopo dell’articolo è quello di offrire un modello diagnostico e terapeutico dell’onoterapia. Nello specifico, partendo dalla premessa che noi in qualità di operatori e l’asino in qualità di co-terapeuta abbiamo un modello di “attaccamento sicuro”, è possibile pensare che attraverso l’osservazione del comportamento e dell’interazione che il paziente ha nei confronti dell’operatore e dell’animale sia possibile fare una diagnosi di funzionamento del soggetto e conseguentemente impostare un lavoro terapeutico di cui sia possibile fare una valutazione dell’efficacia dell’intervento.

Ecco per voi, di seguito, ampi stralci dall’articolo:

[…]

ALLEVAMENTO DELL’ASINO CON ATTACCAMENTO SICURO

 

Partendo dalle caratteristiche di base dell’asino, posizione dialogica, bassa reattività, disponibilità alla relazione, curiosità, interesse, dispiacere di fronte al distacco e alla separazione, attraverso un’educazione che rispetta le emozioni e gli stili di vita dell’animale, è possibile crescere degli asini con un attaccamento sicuro [13].

Farò alcuni esempi che permettano di comprendere meglio quanto sopra citato.

Innanzitutto è fondamentale prendere un giovane puledro che è stato svezzato da una madre sufficientemente buona, nei tempi giusti per la specie (1 anno, 1 anno e mezzo).

Secondariamente è necessario che l’asino non venga tenuto da solo, bensì in un gruppo (almeno due asini) per rispettare le sue caratteristiche etologiche, permettergli di stare in un gruppo lo rende sicuro e gli permette di sviluppare gli aspetti sociali.

 

Una volta rispettate queste due caratteristiche è possibile educare l’animale a diverse situazioni con l’uomo.

La comunicazione migliore è quella intraspecifica, di conseguenza è l’uomo che deve adeguarsi alla comunicazione dell’asino per raggiungere l’obbiettivo.

Di fronte a una richiesta desueta l’asino potrebbe esprimere paura o preoccupazione o insicurezza, in questo caso, si tratta di non forzare l’animale ma spiegargli pazientemente l’obbiettivo. In questo modo l’asino acquista fiducia vedendo che quello che gli è stato richiesto è possibile e parallelamente acquista fiducia nell’uomo che se è bravo nel comunicare con l’animale diventa una figura di riferimento (protettiva).

Nell’educazione si passa attraverso passi di sempre maggiore complessità delle richieste, fino a quando l’animale arriva a seguire con fiducia l’uomo, riconoscendo in lui una figura di protezione, una guida. La prova del nove la si ha quando si stacca un asino dal suo gruppo e lo si porta fuori da suo contesto di sicurezza. Se l’animale si fida e ha instaurato una relazione di fiducia segue la persona. Nelle prime separazioni esprime ansia, ma è in grado di lasciarsi rassicurare dall’uomo. Progressivamente la persona che si prende cura di lui diviene una fonte di sicurezza e un leader di riferimento. Quando si raggiunge questo obbiettivo è possibile utilizzare l’animale nelle terapie.

La dimostrazione dell’attaccamento sicuro dell’animale è legata ai contesti di separazione dal gruppo.

Se l’asino viene separato dai suoi conspecifici esprime un dispiacere che diviene via via sempre più lieve perchè ha costruito un legame con l’uomo.

L’animale può agitarsi, ragliare, ma la presenza dell’uomo diviene rassicurante per cui una parola, una carezza divengono rassicuranti e lo tranquillizzano.

 

L’ASINO COME BASE SICURA

 

L’aspetto interessante è che l’animale riproduce poi il legame sulle persone: le cerca attivamente, interagisce con loro e reagisce alla separazione esprimendo dispiacere e chiamandole.

Un asino con attaccamento sicuro non agisce dei comportamenti reattivi nei confronti dell’altro, ma si pone in una relazione dialogica con disponibilità e interesse fiducioso verso l’altro.

 

Questa caratteristica è fondamentale a livello terapeutico perchè, anche di fronte a bambini o adolescenti che agiscono dei comportamenti aggressivi, l’asino non reagisce. Essendo fiducioso osserva riflessivo quanto accade e rende possibile al terapeuta svolgere il ruolo di mediatore della relazione.

 

E’ su questa caratteristica relazionale che si può impostare il lavoro terapeutico.

Una volta fatta l’osservazione del funzionamento di una persona nel relazionarsi con l’animale, avendo in mente una diagnosi di personalità è possibile dare voce a quanto accade e promuovere delle riflessioni nella persona.

La metodologia che la scrivente ha impostato prevede dunque il “creare la situazione” oppure “osservare la situazione” affinchè accadano delle cose su cui poter mettere parola.

Si concretizza dunque in un continuo passaggio tra la relazione, l’osservazione e la riflessione in una relazione a tre in cui il terapeuta diviene mediatore della relazione.

 

 

INDICAZIONI: PER QUALE FASCIA DI UTENZA E’ INDICATA L’ONOTERAPIA

 

L’onoterapia è la terapia mediata dall’uso dell’asino. L’animale diviene uno “strumento” attraverso il quale l’operatore (psicologo) porta avanti un progetto terapeutico. L’onoterapia è particolarmente indicata nei bambini, negli adolescenti, nella disabilità e nell’area psichiatrica, ovvero in tutti quei casi  in cui la persona fatica ad essere auto riflessivo. I soggetti molto gravi, spesso con strutture di personalità di varie riorganizzazioni post traumatiche, poco trattabili in una terapia verbale, si possono giovare di un contesto che li mette in relazione su vari livelli: con gli asini, con i piccoli animali, con l’operatore. Con questa fascia di utenti è preferibile passare attraverso una metodologia di lavoro che permetta di fare accadere degli eventi sui quali “poter mettere parola”.

Ad esempio, nelle difficoltà del riconoscimento delle emozioni o di attribuzione di significato al comportamento dell’altro. In questi casi è utile far emergere l’emozione attraverso un’azione e darle successivamente un nome. Questo permette alla persona di riconoscerla. Il piacere o la paura di cavalcare un asino può venire espresso dall’operatore e conseguentemente l’utente può riconoscere questa emozione e farla propria. Oppure un agito aggressivo di un paziente nei confronti dell’asino può essere riletto facendo osservare che l’attribuzione negativa di significato fatta dal paziente è incoerente con la realtà, l’animale è ben disposto nei suoi confronti, è lui che tende a pensare che il  mondo ce l’ha con lui. In questo senso possiamo dire che l’asino diviene mediatore della relazione. Esso crea le condizioni affinché l’emozione e la dinamica emerga, è compito dell’operatore dargli un nome e permettere alla persona  di riconoscerle.

 

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IL CONTESTO GRUPPALE

Lavorando con ragazzi adolescenti la problematica principale con la quale la scrivente si trova a fare i conti è la motivazione al trattamento.

Un aggancio importante al lavoro è dato dalla presenza di un piccolo gruppo (2/3 ragazzi). La presenza del gruppo permette di costituire la base motivazionale intorno alla quale poter costruire un esperienza. I ragazzi adolescenti in questa fase del ciclo di vita investono molto nel gruppo dei pari. Il confronto con i pari permette scambi reciproci, è fulcro di identificazione con l’altro ed elemento vitale della crescita.

 

Il vantaggio del lavorare in gruppo con adolescenti è dato dalla possibilità di creare una motivazione alla partecipazione durante l’attività, inoltre tra pari è possibile favorire e supportare un processo di crescita tramite un confronto costruttivo ( è possibile per gli adolescenti confrontarsi con un i pari sulle proprie modalità relazionali in presenza di un operatore che funge da specchio, da moderatore). Per un adolescente il gruppo è fonte di crescita e motiva il lavoro, se il gruppo funziona bene alimenta un percorso di crescita.

Diverso è il caso in cui il gruppo si muove in termini di boicottaggio. Questa dinamica è frequente quando si tratta di ragazzi post traumatici i quali mettono in atto meccanismi depressivi o tirannici. In questo caso è molto importante la funzione dell’operatore che deve riflettere con il gruppo sulle dinamiche che vengono messe in atto e aiuta chi riesce ad attivare le proprie risorse a investirle in termini relazionali sul gruppo.

Pur presentando vantaggi e svantaggi, credo sia importante considerare che nella fase dell’adolescenza la dinamica gruppale sia di fondamentale importanza e diviene spesso l’organizzatore che rende possibile un lavoro.

 

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CASO CLINICO: CLARA

 

STORIA DELLA RAGAZZA:

Clara nasce nel 2000. La famiglia è di origine Tunisina. La madre è affetta da sindrome depressiva, il padre ha un funzionamento evitante e soffre di alcolismo. Nel 2006 il tribunale dispone l’affido provvisorio (che diviene definitivo nel 2010) della minore al comune e la bambina viene collocata in una comunità educativa. La madre si trasferisce in Tunisia (per curarsi) il padre in Italia ma è scarsamente collaborante con i Servizi.

All’inserimento in comunità la bambina appariva affetta da un ritardo cognitivo lieve, con particolare compromissione del linguaggio, ed era seguita da un Centro. Dalle prime relazioni si delinea un disturbo della personalità con importanti tratti istrionici, uno stato di malessere che si esprime con il passaggio all’atto aggressivo sia verbale, sia fisico, l’incapacità di tollerare le frustrazioni e il limite, la difficoltà di tenuta delle relazioni affettive. […]

FUNZIONAMENTO PSICOLOGICO:

Dal punto di vista emotivo e relazionale emerge la mancanza di un attaccamento sicuro e la presenza di alcuni meccanismi di difesa come la negazione e l’ossessione. La bambina pareva essere caratterizzata da un mondo interno carico di angoscia e sofferenza che però non riusciva ad esteriorizzare.

Da una CTU del 2010 si evidenzia che Clara non evidenzia più deficit a livello cognitivo. Risulta essere stata traumatizzata dalle carenze subite a causa della situazione famigliare. […]

Progressivamente Clara ha iniziato a manifestare dei comportamenti regressivi arrivando a manifestare enuresi notturna e richiedendo attenzioni in modo sempre più insistente e inadeguato; ha manifestato comportamenti aggressivi auto ed etero diretti, con crisi d’angoscia che hanno portato ad un ricovero psichiatrico. Viene descritta come una ragazza bisognosa di continue attenzioni e gelosa nei confronti dei coetanei, con un tono dell’umore instabile che oscilla fra l’eccitazione e il senso di vuoto. Per questi motivi si ritiene opportuno nel 2013 inserire la ragazza in una comunità psichiatrica per adolescenti.

 

[…]

 

La scrivente si pone ora l’obbiettivo di descrivere il percorso di Clara così come viene vissuto nel percorso di onoterapia durante questo anno e mezzo, pur sapendo che il percorso di Clara fa parte di un progetto più generale e complessivo che è quello della comunità.

Fin dall’inizio del percorso Clara alterna momenti in cui è eccitata all’idea di stare con gli animali a momenti in cui entra in uno stato catatonico. Questa  alternanza si riflette nella relazione con l’operatrice e con i compagni di comunità. Visivamente alterna periodi in cui il suo corpo aumenta notevolmente di peso a periodi in cui diminuisce. Anche nella relazione con gli animali alterna condotte aggressive a condotte affettive. Alterna la provocazione alla cura.

Nella relazione con i piccoli animali ha espresso più volte dei comportamenti aggressivi, rinforzati dalla reazione di fuga e agitazione e paura degli animali stessi. La psicologa operatrice l’ha vista più volte provocare galline, oche, gatti, perfino i cani e sorridere del comportamento di fuga messo in atto da essi. In quei momenti Clara assume il ruolo di carnefice, identificandosi con l’aggressore della sua infanzia. Nella scrivente questi comportamenti aggressivi attivano un senso di preoccupazione per i piccoli animali. Questa inquietudine viene percepita da Clara che la utilizza anche per provocare l’operatrice. Durante gli spazi di riflessione all’interno di ogni seduta, l’operatrice prova a far vedere a Clara questi meccanismi di funzionamento ma incontra una difficoltà di insight da parte della ragazza.

 

In una seduta Clara ha aggredito l’asino lanciandogli dei sassi. La reazione dell’asino è stata quella di non muoversi, in una fase iniziale, e guardare nella direzione di Clara come per cercare di comprendere che cosa stesse succedendo. Successivamente l’asino si è avvicinato a Clara con fare tranquillo e sicuro come per studiare la situazione. L’esito della dinamica è stato molto interessante in quanto l’asino ha comunicato una disponibilità alla relazione e parallelamente una forza ed un’integrità di presenza che ha avuto come esito su Clara il contenere la sua aggressività. Questo comportamento dell’asino è quello che nella parte iniziale dell’articolo è stato descritto come “base sicura”. L’asino che si fida dell’uomo, non teme la relazione ed è incuriosito. Peraltro per spaventare l’asino ci vuole una violenza molto elevata e molto forte proprio perché le caratteristiche etologiche unite ad un buon allevamento ne fanno un  animale molto riflessivo. La reazione di Clara di fronte a questo comportamento è stata sbalorditiva. La ragazza si è fermata come frastornata ed incredula rispetto alla reazione dell’asino. Questa esperienza ha permesso all’operatrice di intervenire nella relazione e verbalizzare quanto accaduto permettendo a Clara di riconoscere alcune emozioni e alcuni sentimenti: rabbia, paura. Questa è in sé un’esperienza terapeutica che, se ben utilizzata, può permettere a Clara di comprendere alcuni dei suoi meccanismi di funzionamento, proprio perché si passa attraverso l’esperienza in prima persona. Tale comportamento altamente aggressivo ha certamente preoccupato e messo in allarme l’operatrice, ma nello stesso tempo è stato molto interessante osservare che il livello di preoccupazione era decisamente inferiore rispetto a quello che si sarebbe attivato nei confronti dei piccoli animali, proprio perché l’asino è un animale grande e forte, e trasmette questa dimensione di robustezza. La difficoltà principale che si evince osservando la relazione di Clara con l’asino è caratterizzata dalla difficoltà di una sintonizzazione emotiva sul reale stato di bisogno. Accade spesso che  il desiderio di vicinanza dell’asino viene letto da Clara come un invasione di spazio o un atto aggressivo, oppure l’allontanamento dell’animale a seguito di un atteggiamento di Clara prepotente viene percepito come trascuratezza e mancato interesse da parte dell’animale nei confronti della ragazza. E’ molto importante che l’operatrice possa osservare e tradurre in parole, dando un significato a queste dinamiche affinché Clara possa comprendere alcuni tratti del proprio funzionamento e divenirne consapevole.

 

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A partire dall’osservazione del funzionamento di Clara nella relazione con gli animali è possibile prendere spunto per capire come portare avanti un percorso di cura allargato che coinvolge educatori, psichiatra e l’intero sistema relazionale. Per esempio, ci si potrebbe chiedere chi, all’interno del sistema curante, è in grado di comportarsi come l’asino, ossia, chi, è disposto a prendersi le sassate metaforiche della paziente e cercare di comprendere le motivazioni che sottendono tali agiti senza contro reagire.

E’ a questo livello che possiamo iniziare a comprendere la funzione di “ponte” che l’operatore svolge come mediatore della relazione fra asino e paziente, ma anche, fra asino e sistema che prende in carico la paziente. L’obbiettivo di questo trattamento è quello di curare, ma curare implica permettere alla persona di vivere e rivivere delle relazioni correttive. Per questo motivo è fondamentale un lavoro di equipe volto a collegare e strutturare delle esperienze che permettono alla persona di abbassare le difese e delineare un cambiamento della personalità.

L’aspetto positivo di questo trattamento è che rende visibile agli occhi il funzionamento della persona (sia in termini di diagnosi che di trattamento) e tramite l’osservazione della relazione con l’asino, i pari e l’operatrice, permette di fare un continuo lavoro di cucitura, integrando la parte emotiva e cognitiva della persona.