L’UOMO NON RAGLIA, L’ASINO NON SI IMBARAZZA. Intervista al professor Angelo Tartabini

Tartabini per Tartabini

Angelo Tartabini (www.angelotartabini.it) già professore ordinario di psicologia generale presso l’Università di Parma, ha dedicato la vita allo studio della mente umana e animale, in particolare dedicandosi alle scimmie. Ha vissuto in tutto il mondo per attività di ricerca e studio, molto in Africa. Ha pubblicato centinaia di scritti, tra articoli specialistici, divulgativi e libri. Regala oggi un po’ del suo tempo ad Asiniùs, permettendoci di ascoltare parole decise, importanti, illuminanti e talvolta spiazzanti, rispetto a preconcetti che anche presso i più sinceri amanti degli animali possono abitare. Insegnandoci innanzitutto che la scimmia si comporta da scimmia e l’asino da asino.

 

Sa? Ho notato che c’è una somiglianza tra gli asini e gli animali che conosco meglio, le scimmie.

Uh, me ne parli subito!

Hanno una struttura sociale molto simile. Ho scoperto che gli asini  hanno un’organizzazione ad harem, e la competizione tra i maschi è molto forte, nel senso che i piccoli quando diventano sessualmente maturi vengono  “gentilmente” allontanati. Questo naturalmente non in cattività. A volte i più ardimentosi cercano di rientrare nel gruppo di appartenenza per spodestare il vincitore.

Insomma gli asini sono anche un po’ scimmie.

Gli asini, gli esseri umani e le scimmie sono tutti mammiferi, e quindi qualcosa in comune dovremmo pur avere.

Scimmia per Tartabini asini per tartabini

Prima ancora che nelle veste di esperto di mente animale, come uomo le chiedo cosa pensa degli asini: le sono simpatici?

È un animale – lo dico così, da inesperto – molto simpatico perché è docile. Naturalmente a meno che non ci si rivolga a lui con violenza. Ma è così perché c’è stato un processo di addomesticamento avvenuto millenni fa; credo che per l’asino si debba risalire a 6 o 7mila anni. Ma questo addomesticamento, a differenza di tanti altri, è andato molto a sfavore dell’asino e molto a favore dell’essere umano, mentre per altri addomesticamenti, per il cavallo ad esempio ma soprattutto per il cane,  i vantaggi sono stati in un certo senso reciproci. Per l’asino no.

Ne avrebbe fatto volentieri a meno, insomma?

Certo. Rimanendo allo stato selvatico e indipendente.

A proposito di asini selvatici: siccome lei ha vissuto e lavorato praticamente in tutto il mondo, e molto in Africa, le è mai capitato di incontrare branchi di asini selvatici da vicino?

Cavalli sì ma asini no. Non è molto semplice incontrare asini selvatici perché anche nei posti  più sperduti dell’Africa orientale vengono subito catturati dagli esseri umani. Credo siano gruppi molto molto rari e se vivono – o meglio se sopravvivono – è perché si trovano nei parchi nazionali. Credo che in Africa ce ne siano, ma non ci metto la mano sul fuoco.

Noi abbiamo avuto il piacere di pubblicare ll diario di Daniele Corsi, un pareggiatore grande amante degli asini, che l’ha compilato in India, dove ha avuto la fortuna, con grandissima pazienza e stando nel deserto per due settimane, di poter vedere molto da vicino gli asini selvatici.

Ah. Ecco, dell’India non so. In Africa il contesto è molto più a sfavore degli animali selvatici. Questo non vale solo per gli asini ma per tutti gli animali selvatici. In Africa ciò che si muove può essere soppresso. Quindi se sopravvivono è perché si trovano nei parchi nazionali protetti. “Protetti” tra virgolette perché  i parchi nazionali africani non sono come ce li immaginiamo noi, o perlomeno non come il Serengeti o certi parchi kenioti, famosi e abbastanza protetti dove è difficile che ci siano i bracconieri e quando ci sono vengono sempre pescati. Ma gli altri è un eufemismo chiamarli parchi perché là dentro la gente fa qualsiasi cosa, coltiva la terra,  caccia gli animali, io l’ho visto per le scimmie in Etiopia ed è una cosa veramente dolorosa, nel senso che un parco riceve  fondi internazionali e da varie organizzazioni, nonché da governi, e poi lascia tutto allo sbaraglio. Perché a loro – scusi l’espressione – non frega assolutamente niente della protezione degli animali, vedono soltanto il colore dei soldi. L’esperienza più traumatica l’ho vissuta in Tanzania al parco del Ruaha, veramente lasciato a se stesso, eppure un parco tra i più noti. Le persone responsabili della protezione sono totalmente incompetenti, arroganti e ubriaconi.  Una volta abbiamo incontrato un direttore,  – un direttore, non sto parlando dell’ultimo degli impiegati del parco – che si ubriacava tutte le sere e minacciava addirittura i turisti. Una cosa spaventosa. Lì succedono purtroppo queste cose. Figuriamoci per i poveri asinelli…

Respiriamo un attimo e passiamo a qualcosa di più bello: Massimo Montanari, esperto di trekking con l’asino, ha scritto una Carta etica dei diritti dell’asino.

L’ho vista, molto interessante, dove si  parla dello sfruttamento di questo animale. La sfortuna dell’asino è che si tratta di un animale da soma, quindi “adattato” alla fatica,  e anche alla sopportazione. Non tanto della fatica ma dell’essere umano.

In questa carta a un certo punto si dice che l’asino non solo non dev’essere spinto in situazioni pericolose, ma neppure “ridicole o imbarazzanti”: lei che conosce così bene la mente animale ritiene che abbia senso questo monito?

No, questo passo non ha nessun senso. Vale per l’asino in particolare  per ragioni più che altro storiche ma è un discorso che funziona anche per molti altri animali addomesticati. Per un’infinità di ragioni. Per esempio la zebra, che è imparentata con l’asino, non è un animale domestico e nessuno è riuscito mai ad addomesticarlo, anche se alcuni ci hanno provato. E poi ci sono tanti altri animali che invece non ce l’hanno fatta e quindi si sono lasciati addomesticare. Essendo l’asino un animale domestico risponde molto facilmente ai comandi dell’uomo. Questo, psicologicamente – non tanto per la psicologia  animale ma per la psicologia umana – è stato un grande svantaggio per l’animale  perché è diventato una specie di capro espiatorio delle debolezze umane. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che generalmente gli uomini, che sono in questi casi, diciamo, “cattivi”, proiettano su questi animali gli aspetti peggiori della loro personalità  e lo fanno soprattutto con gli animali che sono addomesticati da diverso tempo e che naturalmente mantengono un loro carattere. Per non parlare degli animali selvatici. Quelli sono per così dire “i peggiori”, e allora proprio su questi animali gli uomini proiettano gli aspetti peggiori della loro personalità. Nel caso specifico questo avviene soprattutto per le scimmie. Quando si vuole offendere qualcuno è vero che gli si può dire che è un asino, ma  è anche vero che gli si può dire che assomiglia a una scimmia, si comporta come una scimmia, eccetera. La scimmia  ovviamente si comporta da scimmia e non le passa minimamente in testa di imitare l’essere umano. È il contrario, è l’essere umano che imita la scimmia. Che peraltro non è docile affatto, cerca sempre di ribellarsi ai comandi degli esseri umani tanto è vero che si può  addestrare ma non addomesticare.

zebre x tartabini

Scusi, vediamo se ho capito bene: dunque quando noi diciamo che stiamo mettendo l’asino in imbarazzo o lo rendiamo ridicolo  questo non può essere vero perché non sono sentimenti che lui prova.

Non riescono, questi animali, a utilizzare certi meccanismi mentali contorti. Quelli più semplici sì, perché l’animale domestico riconosce nell’uomo la figura di comando, glielo abbiamo “inculcato” – nel caso specifico dell’asino – per cinque, sei, o settemila anni.  Mentre le contorsioni psicologiche umane quelle no, quelle non le può capire, perché  non ha  – buon per lui… –  un meccanismo cognitivo come il nostro. Da quel punto di vista noi siamo più “sofisticati”, loro non lo sono. Infatti quando si comanda qualcosa a un animale domestico non è che devi stare lì a fare tante contorsioni mentali, bisogna fare dei movimenti che rappresentano certi comandi che loro hanno acquisito facilmente e che hanno – per così dire, anche se è un’esagerazione – nel loro DNA.

Allora a proposito di questo le chiedo – anche sui pochi elementi che le posso dare io qui – più o meno che idea ha di un evento di cui sono stata io protagonista. Ero con un branco di asini, certamente in cattività benché in un grande spazio aperto,  e ho messo una capezza all’asino molto giovane, che non aveva mai sopportato questa cosa. Lui se l’è fatta mettere e poi si è allontanato dal gruppo dove prima stava insieme a tutti gli altri, si è isolato, ed è stato fermo in un angolo con un atteggiamento che appunto a me umana sembrava fosse da leggere come la risposta di chi ha subito una umiliazione, o forse di chi si vergogna o prova imbarazzo, sentimenti che adesso lei mi dice l’asino non può provare. Cosa invece può essere successo nella sua mente? Perché ha fatto così?

Secondo me degli animali in generale, e forse degli asini in particolare, non bisogna mai interpretare  i comportamenti e in un certo senso i  pensieri – perché pensano anche loro, ovviamente da animali – con la nostra mentalità, il nostro modo di pensare, quindi questa sua reazione può avere un’infinità di cause difficili da determinare: io non posso dire cosa sia successo, la cosa doveva essere indagata in maniera più approfondita, sarebbe stato necessario fare una prova con altri asini, per vedere se reagivano o no alla stessa maniera,  un caso singolo non è indicativo per poter interpretare in un modo piuttosto che in un altro la risposta di questo animale.

E la cosa si complica perché anche tra gli animali ogni individuo ha il proprio carattere…

Il proprio carattere e la propria personalità. E credo che la personalità dell’asino sia molto interessante, particolarmente se letta attraverso il rapporto così stretto che ha sempre avuto con l’uomo. Fino a sessant’anni fa erano usati moltissimo per lavoro, ora queste cose non si vedono praticamente più, però osservavo che in questa proiezione bisogna anche pensare che sì, è vero che vengono “sfruttati” dagli esseri umani, e che loro potrebbero fare a meno di questo rapporto con l’uomo, però  bisogna anche pensare che la storia del rapporto uomo/animale è andata in questa direzione e allora se pensiamo ai cavalli, se pensiamo al bue… vengono sfruttati molto di più, vengono usati quotidianamente e anche uccisi, per la carne e molti altri prodotti. Se pensiamo poi agli allevamenti dei polli, dei maiali… altro che lo sfruttamento degli asini.

Si può chiamare tortura quello che vivono negli allevamenti intensivi?

Certo. E invece – secondo me, naturalmente – il rapporto che vedevo in Grecia, dei vecchi con questi asini,  era quasi di rispetto reciproco. Il contadino capiva l’importanza dell’aiuto dell’asino, sennò come avrebbe potuto trasportare legna, olive in quegli anfratti scoscesi delle isole della Grecia. Nemmeno a piedi era possibile entrarci. Apprezzavano molto l’animale e lo curavano perché era una risorsa economica molto importante, non è come l’utilizzo che possiamo farne oggi. E quindi c’era rispetto. Poi come reagisse l’asino di fronte a questo è un po’ difficile capirlo, ovviamente.

C’è ancora una mentalità, piuttosto diffusa in Italia, di utilizzare l’asino per i palii, come corridore. Cosa ne pensa?

È una grande stupidata.

Speravo che mi rispondesse così. È un argomento che abbiamo affrontato su queste pagine.

Lo è perché per divertirsi si possono fare centomila altre cose e soprattutto vale per asini, muli e bardotti. Per i cavalli – sempre secondo me – la cosa è un pochettino diversa, ma anche i cavalli naturalmente vengono sfruttati.  Credo, poiché ci sono cavalli che valgono milioni di dollari, che magari vengano trattati meglio degli umani, dei bambini… però  ovviamente la finalità è sempre quella di tirarci fuori del denaro.

Costringere un asino a correre in mezzo alla folla, tra le urla…non credo che loro siano trattati bene

Certo, è una esagerazione. Lo fanno spesso per turisti sprovveduti, una sorta di attrazione. E in quanto tale a me fa schifo. Non mi piacciono i mercatini, figuriamoci queste cose qua. Sono tutte speculazioni, figuriamoci quando si sfruttano a tal fine gli animali.

A proposito di turismo è notizia di pochi giorni fa che Instagram abbia deciso di non accettare più i “selfie” fatti dai turisti in compagnia di animali selvatici

Quella sarà una cosa difficile da debellare. Io l’ho visto in Africa ed  è una visione allucinante. È difficile credere che la stupidità umana  possa arrivare a certi livelli. Signorine e signorini che vanno in Africa con tacchi a spillo a fare i safari e fotografarsi con animali che oltretutto sono addomesticati, perché gli animali selvatici grazie a Dio li tengono a distanza, capiscono quanto possa essere un comportamento da deficienza umana.

Comunque Instagram è molto frequentato, quindi se già blocca quelle foto, e non le accetta possiamo considerarlo un primo piccolo passo, no?

Meglio di niente sì, però io sono meno ottimista di lei. Mi sono interessato in questi ultimi anni anche delle specie animali in pericolo di estinzione ed è un disastro in tutto il mondo. Se parliamo di primati, le scimmie: esistono circa 350 specie e l’80% e forse anche più è in grave pericolo di estinzione. Non semplice pericolo, sto parlando di grave pericolo.

L’80%? Davvero?

Sì. È vero. Solo che è difficile ammetterlo.

Volevo tornare un attimo ancora alla Carta etica dei diritti dell’asino:  si chiude con un articolo che dice che all’asino  deve essere “donato il prestigio di essere se stesso”. Noi che con l’asino viviamo quotidianamente come possiamo rispettare questo articolo?

Lei ha parlato di “donazione”. Ma non è una donazione, è un loro diritto. Donare vuol dire che dai una parte di te stesso ad un’altra persona, ad un altro individuo, e quindi è come se loro in un certo senso elemosinassero questo dono. Ma non è così! Dico questo in funzione del fatto che molto spesso le scimmie vengono trattate in questo modo, cioè si dona loro qualcosa. Ma è offensivo per loro questo dono perché loro hanno la loro vita e i loro mezzi di sussistenza e l’importante e dare loro la libertà di manifestare questi comportamenti che sono a loro utili. Fare donazione secondo me è una posizione antropocentrica, nel senso che noi siamo in cima a questa piramide e il resto sta sotto a noi e se vogliamo possiamo fare delle donazioni e se non vogliamo  non le facciamo. No, il diritto non deve essere interpretato in questo senso.

Molto chiaro, illuminante. E infine la invito a fare l’avvocato dell’asino. Come ha ricordato lei prima sappiamo benissimo che asino nel nostro parlare quotidiano è tuttora sinonimo di stupidità e ignoranza. Come difende il suo assistito da queste accuse?

È una questione storica, perché l’asino è l’animale docile per eccellenza, è l’asinello che ha trasportato Gesù bambino, e metafore di questo genere e quindi non si ribella al potere dell’uomo e questo per noi non è un punto di forza ma di debolezza. Strumentalizziamo e stigmatizziamo questa differenza enorme che esiste tra l’essere umano e l’animale. Queste stigmatizzazioni sono sempre servite per discriminare, per metterci in una posizione di prestigio e di importanza rispetto ad altri essere viventi, tant’è vero che questo non vale soltanto per l’uomo e l’animale ma anche per l’uomo con l’uomo. Il razzismo nasce da questo, fondamentalmente. È una stigmatizzazione della differenza. Tu sei diverso da me. La parola “razza”, che io aborro ovviamente, e che viene in continuazione utilizzata, serve esclusivamente ed è servita  – non dico nulla di eccezionale – per discriminare e per giustificare i propri comportamenti che molto spesso sono stati abominevoli verso altri esseri umani, figuriamoci con gli animali. Quindi l’asino va bene per uno schema discriminatorio di questo tipo e anzi  forse  più dell’asino non c’è un altro animale che viene stigmatizzato in questo modo. Non c’è… è proprio l’asino. Che così diventa un insulto.

Mi permetta di chiederle cosa pensa di questa idea: che la presunta stupidità dell’asino  sia anche considerata tale perché l’asino davanti al potenziale pericolo si ferma e ragiona.

L’asino non è stupido! siamo noi che proiettiamo la nostra stupidità su di lui, e lo facciamo anche  con molti altri animali. Soprattutto nel caso in cui l’animale domestico cerca di imporre la propria autonomia e ovviamente questo serve a tenerlo, a controllare il suo comportamento affinché  ubbidisca praticamente come un essere non vivente. A un robot puoi chiedere questo e quest’altro, ma non a un altro essere vivente.

Siccome l’asino ci insegna molto sulla gestione del tempo, e ci insegna la lentezza, trovo curioso che noi diamo all’animale dello stupido proprio nel momento in cui ragiona, cioè quando di fronte alla pozzanghera d’acqua che non ha ancora attraversato perché non sa quanto sia profonda, fredda o chissà che, si ferma e pensa e magari ci sta un quarto d’ora, e l’umano dice “ Guarda che scemo”. È scemo perché si ferma! Perché prende il tempo che serve a fare un ragionamento! E forse noi non siamo più capaci di stare fermi a ragionare prima di parlare o di agire.

Sono comportamenti non certo stupidi, ma di animali che sono molto diversi da noi e la  nostra proiezione e interpretazione servono esclusivamente per metterli in una posizione di sottomissione. È come dire che la scimmia è dispettosa. La scimmia non è dispettosa. Lei si comporta da scimmia.  Da scimmia! Purtroppo da quando esiste l’essere umano, dall’homo sapiens voglio dire,  la cosa è andata in questa direzione e questo è difficile da scardinare, bisogna fare un percorso a ritroso di almeno centomila anni. Ovviamente non ne abbiamo il tempo.

Stiamo invece correndo in avanti autodistruggendoci. Ma sono gli umani gli unici animali che distruggono il proprio habitat?

Potrebbero anche farlo gli animali, ma come conseguenza del comportamento dell’uomo. Questo ce l’ha spiegato tanto bene Darwin: in natura esiste sempre una forma di equilibrio.  Voglio semplicemente dire che noi abbiamo interpretato erroneamente il suo pensiero e questo ce l’hanno sempre inculcato nella testa vecchi insegnanti fatiscenti, incompetenti e anche ignoranti: che la selezione naturale consistesse nella sopravvivenza del più forte è totalmente sbagliato perché Darwin non ha detto mai una cosa del genere. La selezione naturale si basa sulla variabilità. Esistono individui che hanno potenzialità genetiche e comportamentali diverse ed è questa diversità che ci ha portato avanti, non l’omologazione del più forte rispetto al più debole, perché  se il più debole dovesse essere sempre il più debole, questo sparirebbe prima o poi. E dunque rimarrebbero soltanto i più forti? Sarebbe un percorso catastrofico che porterebbe all’estinzione non solo della nostra specie ma di tante altre specie animali. Quindi è la variabilità  che ci tiene in vita.

Professore, io la ringrazio enormemente per questa bella chiacchierata, così preziosa, un’occasione meravigliosa per questa piccola rivista, piccola ma seguita da una discreta folla di amanti dell’asino e degli animali e che è nata innanzitutto per restituire dignità e valore a questo animale.

Sono contento anche io e le auguro che questa rivista si diffonda ancora di più.

 

Un augurio che accogliamo anche come sprone, perché la fortuna va aiutata. Nell’impegno sempre a offrire su queste pagine stimoli al nostro pensiero di asinari, e grazie alla disponibilità di professionisti e studiosi di tale levatura.  Sempre più consapevoli che l’asino meriti un nostro sforzo intellettivo, che onori al contempo anche il nostro sofisticato sistema cerebrale. Perché noi possiamo imbarazzarci, e lui sa ragliare al cielo.