WILD ASS DIARY – Gli ultimi due giorni

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Il giorno prima dei saluti Daniele si muove con passo e sguardo diversi. Il suo diario racconta oggi cose che vogliono apparire come quelle di un qualunque altro mattino di quel viaggio, ma sentiamo che non è così. Tutto ha il sapore dell’ultimo giorno, la lentezza che ci si concede quando devi fissare nella mente le immagini e gli odori. Tutto sembra scorrere al rallenty.

Poi arrivano i dati sulla popolazione di asini selvatici negli ultimi decenni, come a distrarsi – e distrarci – dalla commozione di chi deve lasciare.

E infine i saluti, e il suo grazie.

Una gratitudine che chi conosce Daniele Corsi ritrova ogni volta nell’abbraccio all’asino alla fine del pareggio, un gesto magico e privato che dopo il viaggio in India immaginiamo carico di un nuovo messaggio portato a questi animali nei recinti, ricco di un soffio di antica libertà, respirata nel deserto.

 

1 Novembre 2015 – giorno 12 – 38 gradi (Finalmente un po’ di fresco! ?)

 

IL LADRO DI OSSA

Dove le ossa si ammucchiano prosperano le iene. Non lo sapevo finché non ho visto le foto sul computer di Ajay. “Vedi qui, questo buco nel terreno?”, mi fa, “questa è una tana di iena. Guarda tutte le ossa ammucchiate lì vicino, il cibo delle iene; mangiano ossa”. Scorre le foto e me ne mostra altre. Ossa di ogni genere e dimensione. Poi mi indica dei mucchietti bianchissimi sul terreno. Ce ne è in più di una foto. “Cacca di iena”. “Cacca di iena? Davvero?”.

Dunque il posto in cui spesso mi reco in cerca di ossa è territorio delle iene. Ajay mi ha detto di averne vista una solamente in dodici anni, ma mi conferma che il posto è proprio quello. Gli ha anche scattato delle foto. È davvero uno strano animale la iena. Non è ne un canide, nè un felino e ha questa faccia che pare una maschera di halloween. Comunque quando ieri ho preso la mia sacca nera, quella sporca, per andare a raccogliere un po’ di ossa che avevo precedentemente ammucchiato sotto un albero (Ajay mi ha detto che le avrebbe fatte vedere ai visitatori interessati) ignoravo di aggirarmi all’interno del territorio di caccia delle iene. Peggio ancora, nel posto dove vanno a papparsi il loro lugubre pasto fatto di ossa. Eppure nessun dubbio; le ossa sparse sul terreno, di vari animali diversi, tutte molto vicine tra loro, presentavano una situazione identica a quella che mi ha mostrato Ajay con le sue foto. Per non parlare della cacca di iena, che era praticamente ovunque. Ad ogni modo avevo fatto un bel pieno di ossa e la sacca nera era pesante. Dentro avevo infilato due o tre vertebre delle quali mi aveva colpito la forma, un cranio di volpe, forse del deserto o forse comune, con i denti dell’arcata superiore attaccati e intatti (i canini non facevano altro che impigliarsi al tessuto della sacca), un intero tratto di colonna vertebrale nella regione cervicale, smontabile e ricomponibile, appartenente a un Nilgai o ad un Khur e un teschio quasi del tutto intatto di nilgai, con le corna attaccate. Delle due mandibole di khur che ho portato nel kooba e pulito con l’amuchina mi pare di avere già parlato. Ad ogni modo me ne andavo in giro per il deserto con la mia sacca piena di ossa quando mi imbatto in quattro personaggi, due dei quali erano immersi fino alle ginocchia in un bacino d’acqua a piantare le reti da pesca. Mi chiamano da lontano, ma io li ignoro. Mi chiamano ancora e faccio loro un cenno con la mano per salutarli. Rimangono a fissarmi, interrompendo la loro attività. Volevano indentificarmi, assicurarsi che non fossi qualcuno che portava problemi. La pesca in questi bacini d’acqua è illegale e vietatissima, perchè priva del cibo le innumerevoli specie di pennuti migratori e altri autoctoni che costituiscono la maggiore fetta dell’incredibile patrimonio faunistico del LRK. Fatto sta che per andare dal territorio delle iene al deserto dovevo passare proprio di fianco al punto in cui loro erano intenti nelle loro attività illecite. Quando sono vicino, i due con i vestiti addosso mi si avvicinano e solita storia: hello, sorrisi, di dove sei, presentazioni, gli sparo le uniche due parole in gujarati che conoscono e loro sembrano tranquillizzarsi. “Sei da solo? Altre persone?”, mi fa quello che parlava meglio inglese. “Si, da solo. Vengo da quel campo, ma non dico niente. Avete pescato molto pesce?”. Allora mi portano a vedere lì dove c’erano questi altri due in calzoncini e mi mostrano le tre reti che hanno già piazzato in acqua con dei semplici bastoni piantati nel fango. Uno dei due mi mostra un gamberetto. “Tutto qua?”, domando. “No, wait”. Allora ci mettiamo lì vicino ad aspettare e uno con i capelli untissimi tira fuori un pacchetto di sigarette indiane. “Vuoi?”. “No, grazie, non fumo”. Ma lui insiste e mi dice che le sigarette indiane sono buone e allora ho paura di offenderli e mi metto in bocca una di queste microscopiche cialdine di tabacco arrotolate in una cartina color zucchero di canna, dove l’unica parvenza di filtro è segnalata da un sottilissimo filo legato vicino all’estremità schiacciata. L’accendo non senza problemi perché c’è vento e i fiammiferi si spengono uno dopo l’altro. Devo ammettere che aveva un sapore tutto esotico. Erano anni che non fumavo una sigaretta e mi gira un po’ la testa. Cites, quello che parlava di più, mi chiede se può scattarmi una foto mentre fumo una sigaretta indiana. Gli do il permesso e mi metto in posa con la sigaretta in bocca e lo sguardo da guerrigliero cubano. Mi chiede se ho la macchinetta fotografica, così posso avere anche io una foto, ma mento e rispondo di esserne sfortunatamente sprovvisto. Con tutta la fiducia che ripongo nel prossimo, in fin dei conti sono uno straniero, nel bel mezzo del deserto, con quattro sconosciuti di cui due hindi e due musulmani ai quali mancano due terzi dei denti in bocca, che si dedicano ad attività illecite come la pesca illegale perché se la passano malissimo nei loro villaggi e io ho con me una macchinetta fotografica da quattrocento euro. Cites non si scompone e decide di mostrarmi alcune foto sul suo telefono. Mi fa vedere la foto di un’icona molto colorata che raffigura un Dio di cui non ricordo il nome, una serie infinita di attori e di eroi del wrestling, come li chiama lui, lo sgozzamento di una vacca nel rito musulmano col sangue che cola sulla bandiera indiana e una decorosa collezione di donnine indiane, tutte nude. Non faccio commenti sulla vacca, ma mi lancio in osservazioni da vecchio camerata sulle tette che occupano tutto il display del telefono. Poi gli consiglio di cercare su youtube gli incontri di MMA, invece di quelle stronzate del wrestling, che sono finte e per fargli capire di cosa sto parlando mimo il gesto di rompergli il setto nasale con un gomito. Lui si spaventa e rimane un attimo a fissarmi, incredulo. Poi scoppia in una risata tutta gengive. “Mi avvio al campo”, gli faccio. “Ti porto con la moto?”, si offre. “No, grazie, preferisco camminare con i khur”. Raccolgo la mia sacca nera piena di ossa rubate alle iene e faccio per andarmene, mentre i due in acqua tirano su la prima rete, piena di pesciolini argentati, piccoli e guizzanti.

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ZOMBIE

Ammetto di avere trascurato, durante le mie osservazioni, quei maschi che errano solitari nel deserto, apparentemente tristi e persi nei loro pensieri. Mi fanno una pena, poverini. Si tratta principalmente di maschi che hanno fatto il loro tempo e il loro regno, successivamente spodestati da qualche stallone più giovane e forte. È il declino del Re, che va in esilio, con il suo passo lento e la testa che ciondola. E sinceramente seguire per tutta la giornata un tipo del genere per vedere cosa mai possa combinare da solo non è il massimo a cui un pareggiatore di zoccoli col piglio dell’etologo possa aspirare. Eppure quelle volte in cui mi imbatto in questi reietti, magari li vedo da lontano sulla via del mio ritorno al campo, mentre loro sono diretti da tutt’altra parte, non sempre mi sembrano vecchi lupi di mare pieni di cicatrici. Talvolta, anzi, mi sembrano addirittura esemplari piuttosto giovani e ben messi. Deve esserci qualcos’altro. Magari sono davvero giovani, ma non forti abbastanza da riuscire a tenersi il proprio posto all’interno di un gruppo e vengono scacciati da tutti. Vallo a sapere. Comunque anche questi, come i Re spodestati, camminano lenti e solitari, non alzano neanche la testa per vedere chi io sia, come se vivessero in un’altra realtà. Dei veri zombie.

SEMPRE A TESTA ALTA

A volte la vita stessa ti porta a ritrovarti da solo. Mentre andavo verso il bush per intercettare i miei amici e tornare insieme per la ormai consueta passeggiata al tramonto ho incrociato Asso. Ovviamente l’ho riconosciuto subito anche da lontano. È inconfondibile, con la coda e le orecchie mozzate. Camminava di nuovo con una certa fatica e a quanto pare questa volta il gruppo non lo aveva aspettato. Era solo, come un paio di giorni fa. Stava in piedi, fermo nel nulla del deserto. Magari quando ha visto il gruppo ormai troppo lontano ha deciso di rimanere lì. Troppa fatica camminare con quel dolore ai piedi. Magari ci sta prendendo l’abitudine a trascorrere le ore da solo. Di certo non ha assunto quell’aria dimessa che hanno gli altri solitari. Quando mi sono avvicinato troppo, infatti, prima ha emesso uno sbuffo dalle narici e poi si è allontanato di poco al trotto, con la testa bene in alto e il muso all’insù, un gesto da equide dignitoso e dominante che non sta fuggendo, ma se ne va stizzito. Ha anche mollato qualche stallonica pallina di sterco per ribadire il concetto. Così mi piaci Asso. Non farti piegare dalla vita. E se pure sarai destinato a rimanere un solitario a causa di un problema fisico, tieni sempre in alto la testa, come un Re.

MOMENTI INDIMENTICABILI

L’acqua nel bush si sta prosciugando a una velocità supersonica. Per raggiungere il branco dei 52 non ho dovuto neanche saltare come un capretto da un isolotto all’altro, come l’ultima volta. Il bacino d’acqua oltre il ponte di sabbia è asciutto per metà e l’acquitrino in cui ho visto arrancare gli emioni non esiste più. Niente acqua, niente branco. Qui nel Little Rann of Kutch gira tutto intorno all’acqua, come del resto la vita di ogni essere vivente. Ho attraversato facilmente l’area ormai asciutta che solo quindici giorni fa divideva in due questa parte del bush, per andare a cercare il branco più internamente. Niente. Ho trovato un albero nel verde e mi sono accomodato nella sua ombra. Il vento fresco dell’alba e il silenzio e il richiamo delle oche in volo rendevano quei momenti infinitamente preziosi. Ovunque guardassi c’erano spazi aperti e praterie puntellate da piccoli cespugli di Suaeda, due o tre emioni solitari, alcuni nilgai in lontananza. Mi sono sdraiato e ho inspirato ed espirato profondamente per entrare in contatto con tutto quanto mi circondasse e rendermene parte. Ho fatto degli esercizi, dei movimenti con il corpo, niente di particolare, ma mi facevano sentire bene. Poi mi sono addormentato sotto l’albero.

TRACKS

Nessuno ad accompagnarmi neanche al tramonto. Nessuno da accompagnare. Ma dove sono finiti tutti? Cammino sulla vaga e impercettibile pista lasciata dalle jeep dei safari, con la sacca leggera, le mani in tasca, lo sguardo sui piedi. E me ne accorgo. È pieno delle mie impronte. Impronte dei giorni passati. Orme che vengono, orme che vanno. Sono le mie, è chiaro, sono uguali a quelle che sto lasciando ora con le scarpe da trekking. Ho lasciato una miriade di orme nel deserto, mischiate a quelle di emioni, vacche e nilgai. Il deserto le custodirà fino alla prossima tempesta di sabbia.

 

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2 Novembre 2015 – giorno 13 – 40 gradi

 

LA LUNGA GALOPPATA DELL’EROE

Il primo censimento di wild asses nel LRK fu effettuato nel 1946. Vennero stimati circa 4000 esemplari. Un buon numero, non c’è che dire, i nostri amici se la passavano piuttosto bene. Ma di lì a dieci anni, mentre la stella di Elvis splendeva radiosa e il Re del rock faceva muovere i culi di tutto il mondo e strappare i capelli alle teenager, i nostri eroi cominciavano a cadere stecchiti in terra, uno alla volta, colpiti da un’epidemia di una malattia che venne chiamata Surra, proveniente probabilmente dai cavalli africani. Dal ’56 al ’63 la popolazione di khur venne letteralmente decimata e ridotta a soli 870 esemplari. Da allora il declino fu costante. E come è sempre accaduto nella storia, quando la sfiga si accanisce su un popolo gli rimane appiccicata come una t-shirt intrisa di sudore. E fu così che, mentre il mondo con i pantaloni a zampa d’elefante e i capelli lunghi faceva l’amore libero e consumava tonnellate di hashish, sull’India nordoccidentale si abbatté una catastrofica siccità che imperversò per due anni interi. Tra il ’67 e il ’68 di quello sparuto gruppetto di equidi sopravvissuti all’epidemia, magri e spelacchiati, rimasero solamente 362 esemplari. Non era tanto la siccità e la carestia ad ucciderli, quanto la mancata riproduzione per l’indisponibilità delle femmine ad accoppiarsi, o quantomeno a rimanere gravide. “Fa caldo”, dicevano, poi sparavano una doppietta sul petto del maschio e scomparivano nel fitto del bush. Dal ’69 seguirono annate di pioggia più regolari. Le femmine ricominciarono a fare gli occhi dolci a maschi sbavanti e frustratissimi e si registrò un incremento delle nascite. A questi periodi di pioggia si alternarono comunque periodi di siccità che di nuovo arrestavano la riproduzione. Ma il trend si era invertito e il numero dei khur era in lenta ma costante crescita. Infine dall’88, mentre Simon Le Bon mieteva vittime tra le ragazzine e il sottoscritto era in piena esplosione ormonale con un’unica triste valvola di sfogo, cominciò per i khur un intero decennio di piogge regolari e il loro numero aumentò sensibilmente, fino ad arrivare a 2940 esemplari censiti nel ’98. Oggi la popolazione dei khur ha di nuovo raggiunto i 4000 esemplari e anche oltre. Pare dunque che ce l’abbiano fatta. Si godono il loro bel sole del deserto, pascolano, sonnecchiano, giocano, si rotolano nella terra, scagazzano ovunque e fanno l’amore, ignari delle cose che succedono nel nostro piccolo mondo.

DIGNITÀ E RISPETTO PER I NOSTRI ASINI

Sono venuto fino al magic three, ma a parte la banda dei 9 (che ormai è diventata la banda degli 8 da quando Asso è assente) e un lontanissimo maschio solitario in mezzo ai nilgai non ho incontrato emioni. Negli ultimi giorni interi branchi sono scomparsi. Tra un po’ anche queste lande sbiadiranno come una foto al sole e al posto di questa vegetazione arida compariranno degli olivi, due noci, un fontanile e invece di questi equidi selvatici arriveranno Giunone e Carletto trotterellando festanti verso di me. I “miei” asini. Abituato a seguire gli emioni in questi spazi immensi mi sembra strano che i miei asini siano confinati entro una palizzata di rete. Un po’ come i pesci che si dimenavano ammucchiati dentro la rete di quei quattro disgraziati di pescatori abusivi. A volte cadiamo nell’errore di considerare ovvie certe pratiche di gestione solo perché le perpetriamo da sempre. Ma non è sufficiente aggiungere “domestico” dopo la parola “asino” per privarlo della possibilità di esprimersi come un esemplare della sua specie. Non bastano 5000 anni di domesticazione per negare 55 milioni di anni di evoluzione. Forse si potrebbe partire proprio da qui, dal Little Rann Of Kutch (in attesa magari di andare in Somalia a studiare Asinus Africanus, per disegnare una nuova dignità per i nostri asini. Abbiamo scelto noi una vita insieme a loro e abbiamo la responsabilità di far somigliare le loro esistenze a qualcosa che valga la pena di essere vissuto. Trovo che l’osservazione allo stato selvatico di una specie animale possa aiutarci a capirne il corrispettivo domestico. Per questo sono venuto qui. E se pure questi khur sono emioni e non asini africani poco importa, perché ciò che davvero conta sono gli stimoli. Possiamo fare tantissimo, con un po’ di buona volontà e fantasia, per arricchire i paddock dei nostri asini e renderli più stimolanti. Se uno si mette a pensare gli vengono mille idee. Durante la mia permanenza qui nel deserto ho trovato delle conferme, ma ho anche abbandonato certe mie convinzioni. Mi piacerebbe, una volta tornato in Italia, elaborare certe considerazioni, riordinare gli appunti, selezionare le mille fotografie, tagliare e montare le ore di riprese dei miei amici emioni nel deserto e condividere la mia esperienza con chi abbia voglia di approfondire la conoscenza di questi animali. Studiare i loro usi e costumi per capire meglio i propri amici asini e migliorarne la vita domestica. E con una parte degli introiti vorrei aiutare Devjibhai a costruire il tetto di quella che sarà l’area studio con panchine e salottini e informazioni ai muri, come dice lui, in cui lo studioso della vita selvaggia potrà sedere all’ombra e riordinare i propri appunti, cosa che io ho fatto in questi giorni sdraiato sul letto del kooba sotto al ventilatore.

MY BEST FRIEND

Oggi comincio a sistemare le mie cose. È il mio ultimo giorno nel deserto. Quando Vikram l’ha scoperto è sembrato piuttosto scosso. Si è affrettato a darmi il guest book in cui scrivere qualcosa, ha controllato e ricontrollato se fosse corretto il mio numero di telefono per contattarmi via whatsapp (qui in India spopola), si è assicurato più di una volta che partissi dopo le 8 del mattino e m’è parso anche che avesse gli occhi lucidi. Mentre mi stavo stiracchiando le ossa al sole fuori dal mio kooba mi ha raggiunto e cinto un avambraccio con le sue dita magre: “We are best friend”, mi fa, “Ok?”. “Certo Viko, best friends”. Mi sarebbe piaciuto avere portato con me dall’Italia cento pacchetti dei suoi chewingum preferiti da lasciargli in regalo. Invece gli ho dato 1000 rupie: per me l’equivalente di 14 euro, per me come fosse un euro al giorno di mancia, per lui un’intera settimana di lavoro nei campi di cotone. Quando ha visto i soldi ha farfugliato qualcosa tipo “sei sicuro che ne hai altri per te in Italia?”.

Non si tratta di elemosina, ma di amicizia.

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DAL GUEST BOOK DELL’ECO CAMP

Ottobre – Novembre 2015

Ci sono molti motivi che possono portarti qui all’Eco Camp: la pace, la Natura, il cibo del Gujarat, il silenzio, i safari, le tradizioni di quest’India “minore”, etc, etc, etc. Il mio motivo erano gli asini selvatici. Questo è l’unico posto al mondo dove poterli osservare nel loro habitat naturale senza rischiare la vita. Sono stato in questo campo dal 21 ottobre al 3 novembre e oggi, insieme a questo posto e questa gente, lascio anche un pezzo del mio cuore nel deserto.

Che tu sia un visitatore di passaggio, un vagabondo o uno studioso della wild life, quando vedi le facce di queste persone, Devjibhai e la sua famiglia, quando li vedi sorridere, lavorare, riposare, sudare o decorare le pareti, ricorda che loro sono tutti guerrieri per la conservazione della biodiversità nel Little Rann of Kutch.

Grazie davvero a Devjibhai e sua moglie Lalita, al mio amico Ajay, a Vjay, al mio migliore amico Vikram e a tutti coloro che hanno reso questo posto un paradiso e fatto del mio viaggio un’esperienza indimenticabile.

Lele