WILD ASS DIARY – undicesimo giorno

 

corsi1

Sono gli ultimi giorni, e le pagine del diario sembrano portare un pensiero nuovo di Daniele, che si immerge con rinnovato appetito in mezzo a quegli asini, che scopre là anche una pianta nuova e ne studia la meraviglia, che assapora quelle immagini, gli odori, i sapori forse per poterli portare sempre con sé. Insieme a tutto ciò, Daniele ha uno sguardo addolcito verso gli umani, mentre pensa a quelli in volo alla ricerca di se stessi in un altrove. Si sentono, in queste pagine, pensieri di unione con quel deserto ora più familiare e una certa soave malinconia nello sguardo agli amici che presto dovrà lasciare. Parla di uomini che viaggiano, Daniele, e così parla a sé, e la sensazione è di vivere con lui in un unico spazio temporale: la scena antica degli asini in libertà, il presente nel deserto, un futuro sconosciuto ma per sempre segnato dai colori di quest’India.

 

31 ottobre 2015 – giorno 11 – 40 gradi

FAIDE

Ho individuato a grandi linee tre gruppi di bachelors bands nelle vicinanze. Uno è quello di Asso, che questa mattina camminava molto meglio. Poi ce ne sono altri due più piccoli, uno da sette esemplari e uno da quattro o cinque. In quello da sette c’è un maschio a cui è stato recentemente staccato un orecchio fin quasi alla radice. Scuote spesso la testa e si vede che ha dolore quando lo fa. Da quanto ho potuto osservare non sono affatto rare queste mutilazioni, soprattutto a danno delle orecchie e della coda. A quanto sembra la vita nel Kutch non è il paradiso. Osservando le diverse bachelors band ho notato che sottostanno a una dinamica satellitare simile a quella che le lega al branco principale. In sostanza tendono a rimanere tra loro vicine per gran parte del tempo. O semplicemente si trovano a condividere le stesse risorse negli stessi orari. È evidente che alcuni individui di bande diverse sono rimasti legati da un sentimento di amicizia o comunque da una certa affinità. Ho visto spesso esemplari effettuare delle incursioni amichevoli per andare a salutare qualcuno in particolare appartenente ad un’altra banda e scambiarsi strusciatine e grooming. Poi immancabilmente arriva il duro di turno e comincia a rincorrere l’intruso. In una occasione ho assistito ad una scena del genere. Due bande molto vicine dirette verso il bush nella loro modalità alla perdigiorno. Un individuo si stacca dalla banda che cammina dietro e si affretta a raggiungere qualcuno che sta più avanti. Quattro minuti di saluti, mordicchiamenti, annusatine e colli intrecciati come serpenti in amore. Poi ragli, trambusto e un gran polverone e dal polverone il romantico khur che scappa via a tutta velocità da un maschione che lo rincorre con le orecchie schiacciate indietro e i denti scoperti. Inseguimento serrato, curvano a destra, a sinistra e l’intruso viene agganciato al collo, con l’altro maschio che tenta di strappargli via brandelli di carne. Se l’intruso emette con decisione un verso acuto, tipo delfino, che sembra voler dire “ok, basta, ti prego”, allora ha buone porbabilità di essere lasciato in pace. Invece questa volta l’intruso riesce a fuggire verso la sua banda inseguito da due mostri che non si accorgono di essere entrati a proiettile nella banda dell’intruso, sconquassandola. Ragli, trambusto, polverone e due khur che inseguono questa volta i nuovi intrusi. Roba da “I guerrieri della notte”! Scene come queste sono all’ordine del giorno durante le migrazioni delle bachelors bands. Ma anche, come già detto, effusioni, giochi, ispezioni di specie vegetative, odori e profumi da scoprire, rotolamenti e lunghi pisolini.

 

SUAEDA

In un ambiente come quello del deserto, così avaro di piante, gli emioni devono saper ottimizzare al massimo ciò che offre il bush. Li ho visti scandagliare la terra con le labbra alla ricerca di quei microscopici semi di cui si cibano i lark, brucare dell’erba che sembra fieno vecchio di un anno, fare un chilometro solo per andare a strappare con i denti uno stelo e spiluccare dai rami bassi di improbabili cespugli. Ciò che è chiaro è che  questi animali sono indistintamente grazer e browser allo stesso tempo. Per chi non lo sapesse un grazer è un pascolatore d’erba negli spazi aperti e un browser è un animale da boscaglia che si ciba maggiormente delle foglie degli alberi, dei germogli dei cespugli ed altre leccornie che non prevedono il muso a terra. Un cavallo è un grazer, una giraffa è un browser. Questo a grandi linee. Un equide come l’emione, l’asino selvatico asiatico, sarà percentualmente molto più grazer perchè la sua filogenesi è qui che l’ha portato. All’epoca del ritiro delle foreste in favore di steppe e praterie i suoi antenati hanno scelto gli spazi aperti e da allora non li hanno mai più abbandonati. Ma gli animali che ho qui davanti fanno di necessità virtù e tra una brucatina e l’altra se ne vanno a cercare un cespuglio o uno di questi piccoli alberi così diffusi in questo deserto. Cominciano a strappare foglioline e interi piccoli ramoscelli che masticano per un po’ con aria soddisfatta, poi tornano al pascolo. Una sera mi sono avvicinato a una di queste piante per esaminarla da vicino e ho scattato delle foto alle piccole e caratteristiche foglie. Tornato al campo ho aperto il libro sulla biodiversità nel Little Rann Of Kutch che mi ha dato Devjibhai alla sezione “specie vegetative” e ho confrontato le mie fotografie con le immagini a colori sul libro. Ed ho trovato la mia pianta.

Nel LRK ci sono principalmente due tipi di piante: quelle che crescono dopo il monsone e si seccano con la stagione arida e quelle presenti tutto l’anno. Le piante del genere Suaeda appartengono a questa seconda categoria. Molto diffuse in questa zona, hanno una particolarità che le contraddistingue da molte altre. Le loro foglie si presentano come tante minuscole celle in grado di riempirsi d’acqua quando la pianta ha la possibilità di estrarla dal terreno in abbondanza come durante la stagione delle piogge. Quest’acqua può essere trattenuta e conservata molto a lungo all’interno delle foglie e questo fa si che la pianta possa continuare a sostenersi anche dopo i monsoni, durante tutta la stagione secca. I khur mangiano le foglie di Suaeda per tenersi idratati durante il giorno, mentre solo alla sera e al mattino vanno ad abbeverarsi alla laguna. Quando ho scoperto questa particolarità non ho perso tempo e alla prima occasione ho staccato un ramoscello di Suaeda e mi sono seduto in terra, esaminandolo tra le mani come un primate. Poi ne ho staccate due o tre foglioline e me le sono messe in bocca. Quando le ho schiacciate con i denti sono letteralmente esplose liberando questo succo insapore, fresco e liquido. Semplicemente acqua.

 

 

HOME RANGE

Da qualche giorno, non so per quale motivo, Ajay ha cominciato ad inserire una serie infinita di “you know” e anche di “will” dopo ogni pronome che gli capiti di pronunciare durante le nostre chiacchierate, anche quando non c’entra niente. Così io non capisco più se ciò che mi racconta stia per accadere, o se magari è una storia vecchia o se si sta realizzando proprio in quel momento. Da che lo comprendevo benissimo ora comincio ad avere dei problemi di ordine cronologico e spesso devo interromperlo per chiarimenti. Ciononostante si sta rivelando davvero un amico presente e disponibile, sempre pronto a venire incontro alle mie necessità, assecondando ampiamente la sua voglia di scambiare due chiacchiere con qualcuno che viva all’infuori del deserto.

Con Vikram invece si è innescato un gioco da quando lui si è sbagliato e pensava di servirmi il pranzo alle 19 di sera. Io allora l’ho preso in giro e da quel giorno non fa altro che scambiare apposta il nome alle cose e alle situazioni, solo per farmi ridere. Mi porta il riso e mi dice che sono chapati. Oppure mi invita a bere del chai quando altro non è che un bicchiere d’acqua e mi serve il pranzo al posto della cena e viceversa. Portandolo all’estremo questo gioco si è sempre più complicato e raffinato e Vikram, il cui nick name è Viko, è arrivato a sostenere che il cartello con l’insegna dell’Eco Camp (che suona “ico camp”) è sbagliato perché questo è in realtà il Viko Camp. “Benvenuti al Viko Camp, dove potete fare il Viko Tour nel deserto!”, esclamava solenne. Poi ha detto che lui non è Vikram, ma Devjibhai e ha continuato così per un po’, ridendo con quei suoi denti un po’ bianchissimi e un po’ marroni, scoprendo il chewingum che tiene in bocca da quando due giorni fa gli ho regalato il pacchetto. “Visto che sei Devjibhai, non vai a riposare con tua moglie?”, gli ho suggerito indicando con un cenno della testa Lalita che se ne andava nella stanza con Devjibhai, muovendo le chiappone colorate sotto la vita scoperta. Lui si è sbellicato dalle risate e senza farsi vedere lanciava delle occhiate furtive verso Lalita e alzava le sopracciglia.

Devjibhai è una presenza discreta e cordialmente servizievole allo stesso tempo. Da un paio di giorni ha cominciato a ritinteggiare le decorazioni sulle pareti. Pensavo avesse degli stampini per farle e invece fa tutto a mano, in piedi con la schiena dritta, la faccia seria e l’atteggiamento fiero. E la mano incredibilmente ferma.

Ho cominciato a voler bene a questa gente e a questo posto.

Quando la mattina mi sveglio so già cosa troverò davanti ai miei occhi. So che mi aspetta una passeggiata nel deserto con i miei amici emioni, il Sole che sorge, le mucche ancora mezze addormentate che mi guardano passare, ruminando. Tutto sta diventando familiare e rassicurante. È questo un po’ il concetto di “home range” che vale anche per i khur. Home range è il luogo (o i luoghi) che bazzichi, il posto dove ti senti al sicuro. Un ovunque che ti senti di chiamare casa. Immagino quale debba essere la sensazione di quei puledri maschi che verso l’anno o due dalla loro nascita sono costretti ad abbandonare il luogo in cui sono cresciuti e in cui si sono sempre sentiti protetti. All’improvviso tutto è un grande punto interrogativo e il principio di una nuova vita, alla ricerca di altri posti da poter considerare casa. Per questo le bachelors bands vagano erranti da un posto ad un altro. Non hanno un “home range” fisso, se non il punto di partenza, di arrivo e la strada che c’è nel mezzo. Non solo non ce l’hanno, ma non è loro consentito averlo. Un maschio nella piena maturità sessuale non ha il diritto di appartenere ad un luogo fisso che possa considerare il suo home range. Per questo dovrà andarselo a prendere da solo, conquistando un harem. Vista in quest’ottica è comprensibile tutta la ferocia e la voglia di vincere nei combattimenti per la conquista delle femmine. Loro non combattono solo per la riproduzione. Combattono per uno status sociale che somiglia molto alla nostra maturità e al desiderio di stabilità che ha la maggior parte degli uomini.

Accade questo anche nella società degli umani. In molte tribú dell’Africa e del centro America i giovani maschi quando è il momento vengono allontanati dal villaggio di appartenenza, al quale forse ritorneranno solo una volta che saranno diventati uomini. Iniziazioni tribali a parte, non c’è bisogno di andare così lontano per trovare quell’impulso che ti spinge a cercare te stesso altrove. Quanti di noi a un certo punto sentono il vento sotto le ali e hanno bisogno di andare. E non torneranno fin quando non saranno cresciuti. È così che va tra noi mammiferi sociali.