WILD ASS DIARY – nono e decimo giorno

 

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E torniamo a Daniele, all’India, al deserto. Sono giorni un po’ difficili, questi. Prima l’invasione di nuovi turisti e la costrizione in stanze-galera a 50 gradi, poi la vicinanza con le famiglie che lavorano sette mesi per 700 euro da spartirsi in cinque persone, e i conseguenti pensieri di occidentale: contraddittori, colposi, impotenti.

Poi si alza un forte vento, e Daniele è costretto al campo. Si alza anche la malinconia, mentre lui approfitta per sistemare le sue cose, leggere, decidere di farsi la barba quando capita di fronte allo specchio.

Una malinconia che questa volta lo accompagna anche nel bush, con la mente agli anni giovanili di Brighton.

Sono giornate così, queste, per Daniele nel deserto con gli asini.

 

29 ottobre – giorno 9 – 40 gradi

IL DIABOLICO DEVJIBHAI

Il mio kooba non è più il mio kooba da un paio di giorni. Da venerdì scorso sono cominciate ad arrivare persone. Prima il bambino Arnof “so tutto io” con i suoi genitori, poi la coppia di coniugi riservati, poi due signore che hanno girato il mondo in lungo e in largo e ancora una coppia giovane in cui sia lui che lei erano altissimi perché appartenevano ad una etnia particolare che tende ad accoppiarsi solo con persone degne della loro altezza. Comunque tutti indiani, a parte i quattro amici sgangherati. Devjibhai non credeva ai suoi occhi. Non si aspettava un tale inspiegabile affollamento tutto insieme. Senza perdersi d’animo camminava da una parte all’altra del campo in preda ad una frenesia organizzativa delirante, impartendo istruzioni al povero Vikram che in quei giorni ha percorso diversi chilometri. Tutto era a posto, ma poi Devjibhai ha ricevuto una prenotazione per venticinque persone in pullman che avrebbero sostato al suo campo come intermezzo durante un tour dei templi sacri sulla costa del Gujarat. Per fortuna sarebbero arrivati con il pullman con i loro cuochi da campo al seguito e con l’attrezzatura necessaria, altrimenti avremmo assistito alla fine di Vikram. Solo che c’era il problema di dove piazzare a dormire tutta quella gente. Devjibhai ha cominciato subito un’indagine su chi andava (soprattutto quando) e chi sarebbe rimasto. Come non lo ha mai chiesto a me immagino che non lo faccia neanche con gli altri clienti, ma ora era una situazione d’emergenza e doveva sapere. Penso sia stato piuttosto sollevato nel carpire da me l’informazione che il gruppo di amici sgangherati sarebbero andati via il mattino del 27, visto che il gruppone sarebbe arrivato solo al pomeriggio. Dunque si liberava un kooba e una stanza. Anche i due watussi praticanti l’auto selezione artificiale stavano preparando le valige e avrebbero liberato un altro kooba. Intesa la situazione mi ero reso disponibile con Devjibhai a qualsiasi tipo di spostamento per liberare il mio kooba e lui, che come al solito aveva già fatto tutto il suo piano, mi ha proposto di dormire dentro al capanno magazzino di plastica, la cui temperatura interna (sulla cinquantina di gradi) mi pare di avere già menzionato, facendomi notare più di una volta che anche il suo staff e i suoi figli e pure lui con sua moglie avrebbero dormito fuori, sotto la veranda. Siccome però lui ci tiene alla professionalità mi ha detto che le mie cose sarebbero inderogabilmente state chiuse a chiave dentro l’ufficio. “Ma non ho granché da chiudere a chiave”, gli ho fatto presente. “No, no, no. Le tue cose qui. Non possono stare fuori. Poi puoi liberamente chiedere le chiavi a Vikram, di notte, ogni volta che ti serve”. “Ma non voglio svegliare Vikram”. “Ok, no problem”, e se ne è andato a pianificare qualcos’altro. Affanculo pure i coniugi, rimaneva solo il kooba delle due signore viaggiatrici da sbolognare. Sono sicuro che Devjibhai le avrebbe volentieri strangolate nella notte per gettarle nel deserto in pasto alle iene e liberare un altro po’ di spazio, ma la fortuna ha voluto che anche quelle se ne sarebbero andate al mattino del giorno fatidico. Così io, invece della tenda mortale, ho potuto avere una “stanza”. Penso che alla fine queste venticinque persone le abbia stipate a dozzine tra i kooba e le altre stanze inserendo più letti possibile per ogni kooba. Spero solo che Gecone, Gechino e Gechetto siano capitati in buone mani.

 

STANZE DA INCUBO

Le “stanze” del campo sono davvero terribili. Ricavate da un unico blocco di cemento grezzo con le porte tutte in fila a mo di cessi del campeggio, sono quanto di più simile a delle celle da prigione io mi sia mai trovato ad occupare. Ma non di prigioni italiane, che sono di lusso. Celle come quelle tailandesi di quel film, di cui mi sfugge il nome, in cui beccano questi due ragazzi con un semino d’erba e li schiaffano a marcire dentro delle prigioni da incubo per un sacco di tempo. Non hanno neanche le imposte. Alle tre piccole fessure nel cemento sono applicati dei pezzi di telo ombreggiante che con il tempo si sono staccati sia sopra che sotto e da cui entrano topi e manguste alla ricerca di cibo. “Quindi meglio non portare cibo nelle stanze”, si è raccomandato Devjibhai. La prima cosa che ho fatto appena occupata la mia stanza è la riparazione sommaria di questi teli. L’idea che una mangusta entrata dalla finestra mi camminasse addosso nel sonno per entrare nella stanza non mi piaceva neanche un po’. Poi ho sollevato il materasso e ho applicato la mia rete anti bugs e ho spruzzato il tutto, compreso il cuscino, con il repellente anti tutto, dalle termiti, alle pulci, alle cavallette assassine e ai nazcul della terra di Mordor. Con l’amuchina ho sterilizzato le cose che mi sembrava giusto sterilizzare, come ad esempio il piccolo tavolo in plastica accanto al letto su cui poggio tutto, la tavoletta del water e il secchio con la brocca per la doccia, perché è lì dove è umido che proliferano i batteri. A proposito il fungo al mio piede pare si stia seccando, non so bene se grazie al trattamento all’argento colloidale o all’intruglio anti funghi che mi ha lasciato Dave prima di partire. Questa è l’ultima notte che dormirò in questa cella infernale, prima di recuperare il mio kooba.

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30 ottobre – giorno 10 – 40 gradi

IL GUJARAT E IL SUO ORO

Il Gujarat è uno stato nord occidentale dell’India che comprende 33 regioni, o distretti, con capitale in Mehsana. Il confine nord è diviso a metà tra il Pakistan, sul lato ovest e il Rajasthan. Ad est c’è il resto dell’India, mentre tutto il versante sud occidentale è un infinito susseguirsi di golfi, insenature e piccole penisole che raccoglono migliaia di chilometri di costa. Il Gujarat è bagnato ad ovest dal golfo del Kutch, che prende il nome dal deserto omonimo in comune con il Pakistan e più a sud dal Mare Arabico e dal Golfo del Khambhat, in cui confluiscono le acque del Sabarmati River, un lunghissimo fiume che parte quasi dal Rajasthan e taglia in due metà il Gujarat.

Anche se il Little Rann of Kutch non ha nulla da invidiare agli altri stati in quanto a superficie, non viene menzionato nell’elenco perché è un deserto. Nella cartina non vi è rappresentata neanche una città o un villaggio. Eppure nel Little Rann of Kutch ogni anno avviene un portentoso prodigio: la produzione del 20% di tutto il sale prodotto dall’India intera (se aggiungiamo a questa anche la produzione di tutte le regioni costiere il Gujarat da solo si aggiudica addirittura il 70%). Andiamo per ordine. Ogni anno, da giugno a settembre, la stagione dei monsoni riversa in questa regione tanta di quell’acqua da allagare praticamente tutto. Contemporaneamente il livello delle acque salate del Golfo del Kutch si innalza, inondando letteralmente le zone del Little Rann of Kutch che si trovano sotto il livello del mare. Cioè quasi tutte. Ciò che si presenta agli occhi del visitatore che si trovi da queste parti in quel periodo è una distesa di acqua a perdita d’occhio. Sembra un mare, ma in realtà le acque non sono mai più profonde di un metro, un metro e mezzo al massimo. Le acque salate del mare si mescolano abbondantemente a quelle dolci della pioggia e dei tre torrenti che attraversano il Little Rann Of Kutch, portando un’infinità di piccoli pesci, gamberi e altri crostacei all’interno del Kutch, fino a una trentina di chilometri. A questo punto 3000 famiglie di pescatori musulmani (gli hindi sono vegetariani e non pescano) si mettono in moto per caricare sulle proprie barchette circa 25 tonnellate di gamberi nell’arco di quattro mesi. Contemporaneamente abbandonano almeno una tonnellata di spazzatura nel luogo in cui stanziano il loro accampamento.

Ora accade che finito il tempo del monsone l’acqua pian piano comincia ad evaporare con il sole, ma maggiormente ad essere assorbita dal terreno. E si ritira. Nei prossimi sette mesi continuerà a ritirarsi lasciando scoperte sempre più aree di terreno che inizialmente sarà fangoso e morbido, per poi seccarsi inesorabilmente. È qui che entrano in gioco i “salt workers”.

Ogni anno 4000 famiglie nel Little Rann of Kutch si dedicano per sette lunghi mesi all’estrazione e alla prima lavorazione del sale in cristalli grezzi. Quando il terreno è pronto per poterci almeno camminare sopra e trasportare la pompa diesel che servirà per l’estrazione scelgono un punto in mezzo al deserto da cui cominciare e vi scavano una buca larga circa cinque metri e profonda tre, nella quale calano la pompa. Ajay dice che in cinque componenti della famiglia, bambini compresi, impiegano circa cinque giorni per scavare queste buche a mano, con le pale. Da lì in poi si recheranno per chilometri ogni giorno dai loro villaggi alla buca, in tre su una motocicletta o a piedi. Quelli che abitano più lontano si portano un paio di teli e due pentole e si accampano lì sei giorni su sette. I bambini non hanno il tempo di andare a scuola, perché devono aiutare. Quindi chi nasce in una famiglia di salt workers è destinato a svolgere questo lavoro per tutta la vita. E così i figli e anche i figli dei loro figli. Ogni giorno per sette mesi lavoreranno per dodici ore estraendo l’acqua dalla buca con questa pompa, scavando vasche in cui raccoglierla, filtrandola con dell’erba secca in ammollo nell’acqua per cristallizzare il sale, trasportando il prodotto al centro di stoccaggio, etc. Per fare tutto ciò utilizzano un sacco di gasolio. E il gasolio ha un costo. Ogni famiglia spende circa 5000 rupie al mese di gasolio. Alla fine dei sette mesi ogni famiglia avrà prodotto ben 800 tonnellate di sale in cristalli. Bene, direte voi, almeno saranno ampiamente ripagati per il durissimo lavoro svolto! Certo. Verranno ripagati esattamente con 200 rupie alla tonnellata. 2 euro e 80 centesimi (Il prezzo sul mercato è di 20000 rupie alla tonnellata. 100 volte tanto). A questo ovviamente vanno tolte le spese del gasolio, le tasse, le spese varie della famiglia, etc, etc, etc. Per farla breve, alla fine della storia il profitto di una famiglia è di circa 50000 rupie. 700 euro per il lavoro di sette mesi per un’intera famiglia di cinque persone. 70 centesimi al giorno per ciascuno. Il sale è l’oro del Gujarat, estratto con il sudore della povera gente.

Quando ho saputo tutto questo mi sono sentito talmente a disagio, con la mia comoda vita e tutta la mia enorme ricchezza. 700€ è esattamente lo stesso importo che ho cambiato in rupie prima di venire in India, così, giusto per stare tranquillo. E un’intera famiglia di salt workers impiega sette mesi per guadagnarseli. Inevitabilmente sono caduto in un vortice di sentimenti contrastanti che partivano dall’idea di andare ad elargire le mie ricchezze in giro per i villaggi circostanti, come un moderno San Francesco indiano, alla più pragmatica ipotesi che fosse malsano viziare la stabilità e il fragile equilibrio di questi posti con l’immissione inaspettata di denaro piovuto dal cielo e che fosse addirittura sbagliato fare certi ragionamenti. Ancora mi stupisco di quanto sia facile per noi occidentali lavarsi la coscienza con congetture di siffatta ipocrisia.

 

VENTO DI MALINCONIA

Deserto. Un vento violento che alza mulinelli di terra mi costringe al campo. Per fortuna sono di nuovo in possesso del mio kooba. Insieme a Vikram abbiamo trasportato tutte le mie cose. Non sono molte, ma per non dovere impacchettare tutto quanto abbiamo fatto qualche viaggio in più dalla stanza al kooba. E ogni volta che passavamo Vikram faceva ridere Lalita e la sorella indossando qualcosa di mio, ora il capello, la torcia da fronte, il giacchetto militare. “I go to Italy”, diceva, e le donne gli ridevano appresso. Mi guardo nello specchio, non lo faccio da qualche giorno. Ho decisamente bisogno di radermi. Sistemo meglio le piume che ho incastrato nella cornice di legno e salta fuori Gechino (o Gechetto) che va a rifugiarsi nella paglia del tetto. Chissà di che uccelli sono queste piume. Quando torno a Roma voglio metterle sul cappello. Sfrutto la giornata per sistemare le mie cose. Ho una sacca nera con dei reperti ossei che vorrei lavare con l’amuchina che mi resta. Le ho confrontate con delle foto di scheletri asinini con il computer di Devjibhai e ho scoperto con soddisfazione che le due mandibole con tutta la fila di denti appartengono effettivamente ad un khur. Rimane solo da scoprire se possa infilarle nella stiva insieme al mio bagaglio. Mi sdraio sul letto. Oggi niente ventilatore. Il vento che sibila dalle quattro finestre è sufficiente per respirare. Rido da solo leggendo il libro che per fortuna ho portato con me. Si intitola “Diario di un uomo scimmia” ed è un misto tra un romanzo d’avventura e un trattato etologico sulla vita dei babbuini del Serengeti, a tratti esilarante. Brontolii di peristalsi del mio stomaco. Mi alzo per andare verso la cucina. Devjibhai sonnecchia davanti al computer. Lalita mi anticipa offrendomi della “water milk” una bibita a base di acqua e qualcosa come latte o yogurt scaduto mescolato insieme. Praticamente sembra di bere il siero della mozzarella. Rifiuto gentilmente e chiedo invece una tazza di “masala chai” caldo (tè speziato sul piccante). Giornata relax. Al tramonto proverò ad intercettare la banda dei nove mentre torna alla laguna.

Durante un viaggio ricco d’introspezione abbondano inevitabilmente momenti di malinconia. Fa parte del gioco e ogni viaggiatore lo sa bene. Sono momenti che vanno assaporati con il dovuto rispetto. “La malinconia”, Parafrasando Trilussa, mio concittadino, “quel dolce piacere di sentir dolore”. Trovo la malinconia uno stato d’animo ricco di romanticismo. Se dovesse mancare la malinconia quando si è lontani dalla propria terra, di certo qualcosa è andato storto.

Mi manca casa con tutto quello che c’è dentro.

Mi manca parlare in italiano.

Mi manca il mare.

Mi manca la banalissima routine fatta di cose leggere.

Mi manca pure la tv.

E mi mancano i paesaggi diversi dal deserto.

Mi manca pronunciare il nome di un fiore.

Lalita mi risveglia dai miei pensieri con un piatto di tartine di farina di mais non meglio identificate. Prima di andar via mi indica il piatto mimando con la mano e la bocca aperta il gesto di chi abbia mangiato qualcosa di molto piccante. Sul piatto ce ne sono due tipi. Un tipo è giallo e l’altro vira decisamente sul rosso. Dò un piccolo morso alla tartina rossa. Pensavo peggio. Ormai ho il palato d’amianto.

 

ANCORA SULLE BACHELORS BANDS

I gruppi più divertenti da osservare sono le bachelors band. I loro componenti non devono sottostare alla vigilanza continua di Rocco, così vige una specie di spontaneità anarchica in cui ogni tanto qualcuno da sfogo ai propri ormoni repressi, si azzuffa e puntualmente si becca una doppietta sul petto che risuona nel deserto come il basso di un tamburo. Oppure si lanciano in dolcissime effusioni o giochi appassionati. Si rincorrono, litigano, fanno pace. Ogni tanto uno si offende e rimane in disparte. Oppure c’è quello che ha voglia di fare casino e non trova mai consensi da parte degli altri. Il classico inopportuno. Da qualche giorno ho preso ad accompagnare questi gruppi, tra cui quello di Asso, al mattino e al tramonto, dalla laguna al bush e viceversa. Mi piace assistere alla reunion mattutina dei vari gruppi, con tutti quei convenevoli, i saluti, gli strusciamenti e l’euforia. Me ne sto un po’ ad osservare le loro attività e prima che il sole sia allo zenit torno al campo, dove trascorro le ore più calde scrivendo e riorganizzando i miei appunti. Verso le 16.30 ritorno da solo al bush, rimango ancora ad osservare e torno di nuovo insieme a loro al tramonto, quando si muovono per andare alla laguna. È unica la sensazione di camminare nel deserto scuro con questi animali selvatici e sembra quasi che ormai non badino molto a me come all’inizio di questa avventura. Ogni viaggio tra il bush e la laguna non è mai diretto e finalizzato all’arrivo. Si cammina piano e ci sono un sacco di pause nel mezzo e si svolge un sacco d vita durante lo spostamento. Questa cosa mi fa venire in mente quando abitavo in Inghilterra e insieme ad alcuni amici condividevamo un piccolo flat. Lavoravamo allo stesso ristorante sul molo di Brighton e ogni sera, finito il lavoro, ce ne tornavamo a piedi spensierati, camminando per chilometri sul lungomare, fino alla nostra casa a Hove. C’è un non so che di filosofico in questa modalità di spostamento dei khur, una sorta di componente beatnick che ispira a godere del presente e del viaggio, invece che solo della meta.