IL CANTO DELL’ASINO. Due note dalla Leo

 

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Nel mese del nuovo inizio, settembre, con la poesia malinconica della coda d’estate, mentre con piacere vi ritroviamo, cari lettori, apriamo la stagione di Asiniùs con parole lievi e semplici, quasi un mantra di pensieri ripetuti da chi sta con l’asino, a cullarci mentre, anche se ancora un po’ lontano, si prepara l’autunno. 

Quasi, anche, un ripasso di quanto ha valore per tutti noi asinari: il gusto dell’osservazione del branco dormiente, l’amicizia di due pecore bianche, l’ansia del mattino nel contare gli asini al ritorno dalle scorribande notturne.

Ne accenna per noi Eleonora Dalbosco, per gli amici “la Leo”, che con Nicola Conci ha fondato a Santa Cristina di Gubbio Il Canto dell’Asino, riconoscendo nel raglio un suono amico tanto quanto quelli ascoltati nel loro lavoro di maestro di coro lui, corista lei.

A voi queste dolci righe, per un buon inizio.

 

Cari amici, se leggete Asiniùs probabilmente avete già scelto di vivere con un asino (spero due o più) e ciò che andrò a scrivere lo avrete forse già provato… Così fosse, ripercorreremo insieme le nostre emozioni che magicamente viviamo ogni giorno.

Sì, Nicola e io facciamo parte di quelle tante persone che hanno abbandonato il lavoro in una grande città per “andare a vivere in campagna”.  Noi, quasi quindici anni fa, abbiamo incominciato a scandire il nostro tempo con quello della natura, con quello di altre specie animali, della terra e della sua continua richiesta di fatica. Qui, a differenza della città, la nascita si mescola con la morte senza ipocrisie…

Pochi anni dopo il nostro trasferimento mi iscrissi a un corso di Attività Assistite con l’asino, con il principale intento di capire se questo animale fosse potente quanto la musica – da quel mondo arriva infatti la mia formazione – nella riabilitazione di persone “in difficoltà”. Tornai da quella settimana calda di giugno pensando che l’asino non facesse per me… Ma bastarono poche settimane di riflessione e in settembre avevamo già tre asinelli che scorrazzavano per i prati e il giardino di casa; l’anno dopo perfezionai la mia formazione con un secondo corso, più impegnativo e completo. Cominciammo da allora ad accogliere nel nostro Centro in Fattoria ”Il canto dell’asino” ragazzi, famiglie, gruppi, scolaresche.  Attività che facciamo tutt’ora arricchendola sempre con nuovi laboratori.

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La mattina apro la porta di casa e loro sono lì che mi aspettano; ed ecco il raglio del buongiorno che mi riempie di gioia, a me sembra un canto. Nel raggiungerli devo fare attenzione a non pestare le galline che esigono attenzione e colazione post ovetto… Arrivo finalmente dagli asini: li conto, acqua ok, pulisco velocemente in terra e poi comincia la parte più interessante della giornata.

Ho impostato la mia relazione con gli asini sulla fiducia e la gentilezza, senza mai forzare, dando ampio spazio alle attitudini cognitive di ciascuno e cercando di svilupparle nel rispetto di ciascuna personalità.  E’ sempre presente, in tutto ciò che propongo, considerare il mio interlocutore “un collaboratore” e mai “uno strumento di lavoro”. Con questo modo di approcciarmi all’altro sono consapevole che i tempi si dilatano, ma il “processo educativo-cognitivo” prende il posto dell’“addestramento” o addirittura, come sento ancora pronunciare, della “doma”. La relazione diventa paritaria e l’intesa fra me e l’altro non è mai a senso unico. Va da sé che le attività con gli ospiti si svolgano unicamente a terra e che solo in determinate circostanze (il più delle volte terapeutiche) i bimbi possano salire per abbracciare l’asino e rendere la relazione ancora più intima…

Cosa vuol dire avere 13 asini? Vuol dire ogni mattina alzarsi e per prima cosa andare a vedere se ci sono tutti, se stanno bene, assicurarsi che abbiano sempre acqua pulita, portarli al pascolo in estate, dar loro il fieno in inverno, sverminarli due volte l’anno, controllare loro gli zoccoli o chiamare un pareggiatore J, vaccinarli se necessario, microchipparli e registrarli alla nascita, tenere costantemente pulite le stalle e il paddok, controllare i recinti. Pulir loro le orecchie dai moscerini, controllare che non abbiano zecche, contenere la presenza dei tafani, curar loro la micosi nei primi mesi estivi. Separare le femmine in calore, decidere se castrare i maschi o no… Parliamoci chiaro: se alla fine dell’anno vai in attivo finanziariamente sei molto fortunato.

Eppure…

Spesso mi soffermo a guardare gli asini nel branco: sono lì apparentemente fermi, ma ogni piccolo movimento del loro corpo parla più di nostre mille parole.

A volte gli ospiti ci domandano chi è il capobranco: non esiste il capobranco, esistono piccoli ruoli che ognuno si prende in momenti diversi e interscambiabili a seconda della situazione. E’ meraviglioso vedere le due pecore bianche che stanno sempre nel centro, protette dalle sottili zampe asinine.

Quando il branco si riposa nella stalla, sulla porta stanno sempre i più giovani mentre lì, in fondo, stanno i più anziani o deboli.

Quando è il momento di andare, basta un gesto della vecchia Adelina e per magia tutti si mettono in un cammino ordinato.

Di notte i ragli dei maschi innamorati, dove il vincitore, si sa, è sempre lo stesso, porta un annoiato scompiglio.

Il branco: costante e sicuro ventre materno.

Desidero chiudere con una frase che dice spesso Nicola a chi ci viene a trovare: Se ti danno dell’asino, tranquillo: è un complimento… a meno che non te lo servano sul piatto!