WILD ASS DIARY – ottavo giorno

 

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Il quadretto, oggi, è di domenica in famiglia. O almeno così sembra a noi umani, per l’organizzazione che abbiamo dato alle nostre settimane. Ma certamente quello che vede Daniele nel deserto è per gli emioni un qualsiasi tran tran feriale.

Gruppi di signore con figli e nipoti, giovani sgridati perché si allontanano troppo, band di scapoloni (uno un po’ troppo legato alla mamma, che se fosse umano le porterebbe la roba da stirare), e un possente asinone macho che allontana gli intrusi. 

Non manca il giallo, risolto solo dopo un po’ di suspense: perché mai quando è caldo gli asini stanno nel bel mezzo del torrido deserto?

Asso, Brandon, Rocco, Rachele, Gioconda… e un asino col muso buffo al quale Daniele non ha ancora appioppato un nome. Chissà se i puledri, con quel loro fare sornione, non stiano giocando a chi trova il nick più divertente per quel bipede che c’ha i capelli come quelli di un asino del Poitou.

 

SCAPOLI

Per raggiungere il sito delle mamme con i piccoli, dal campo di Devjibhai occorrono due ore di cammino. Bisogna seguire la striscia di verde che comincia dopo la torre bianca e proseguire per circa sette chilometri. In corrispondenza di un grosso albero tra due più piccoli ci si addentra nel bush, si aggira un’altra striscia di verde che fa un’ampia curva e si arriva a questo immenso spazio aperto in cui stanzia un branco con cinquantadue femmine e venti puledri. Sono partito poco prima dell’alba e ho mancato il movimento attraverso il deserto dei miei 9 amici dalla laguna al bush. Loro amano mettersi in cammino appena il sole si affaccia all’orizzonte. Ieri mattina abbiamo camminato imsieme per tutto il tragitto. Gli emioni procedevano con il consueto passo lento e io con loro a debita distanza. Ho riconosciuto Asso e forse Brandon, anche se non c’erano i suoi corvi pulitori e forse un altro esemplare con un buffo mento a palletta molto pronunciato, che non si è ancora meritato un nome. Le ferite di Asso sul collo erano in via di guarigione. Per le orecchie e la coda mozzata è ormai troppo tardi. Ho notato che camminava con sofferenza, come se avesse dolore agli zoccoli o ai tendini. Procedeva lentamente e faticosamente e rimaneva puntualmente indietro. E ogni volta gli altri lo aspettavano. L’ho visto con i miei occhi e la scena si è ripetuta più di una volta. Ogni mezzo chilometro Asso doveva fermarsi, a volte si metteva addirittura a terra. Gli altri 8 amici allora coglievano l’occasione per attardarsi su una delle rare macchie di verde da brucare, accennavano un momento di gioco, annusavano interessati qualcosa in terra e ci facevano sopra la cacca. Insomma, facevano di tutto pur di aspettare il loro amico in difficoltà. E non si può dire che lo facessero per paura di uscire fuori dal branco, perché in quel caso era Asso a rimanere solo. È più corretto dire che lo facevano per non lasciare Asso fuori dal branco. Durante le mie se pur giovani osservazioni mi sono reso conto che il rapporto tra bachelors è quanto di più simile all’amicizia io abbia riscontrato sinora tra gli emioni. Questi scapoli, giovani o adulti che siano, sono in grado di stringere legami unici e davvero forti, capaci anche di gesti di solidarietà come quello nei confronti del povero Asso. Giocano insieme, condividono gli stessi spazi e i posti in cui vanno a brucare, si fanno il grooming come degli sposini e se ne vanno in giro sempre insieme, uniti e compatti. Salvo poi affondare i propri denti nel collo del vicino al primo profumo irresistibile di una femmina bendisposta. Esattamente come gli esseri umani.

ROCCO

Gli emioni sono animali dalla vita sociale molto intensa. Vivono in gruppi tra 6 e 20 individui. Per ogni gruppo c’è un solo maschio con la mansione di riproduttore. Gli altri sono puledri più o meno cresciuti o esemplari inoffensivi. In cambio di tale privilegio questo maschio si adopera con solerzia a controllare il branco, svolgendo la funzione di sentinella H24. Si posiziona a non più di trecento metri dalle sue femmine e vigila quando c’è da vigilare, sonnecchia quando si può, interviene con decisione contro gli intrusi. Se c’è una novità o una potenziale minaccia, inizialmente tutte le orecchie del branco si rivolgono verso la fonte d’interesse. Poi un po’ alla volta ognuno riprende le proprie attività. Solo lui, il maschio riproduttore, che d’ora in poi per semplicità chiameremo “Rocco”, rimane con lo sguardo puntato e le orecchie in ascolto. Rare volte mi è capitato di vedere Rocco galoppare ragliando all’interno del branco per redarguire qualcuno, anche se non ho ben capito cosa fosse accaduto. Solo una volta mi è stato davvero chiaro il suo intento. Tutto era calmo e pacifico all’interno del branco, quando noto un certo trambusto di corpi che scartano in ogni direzione. Fate largo, arriva Rocco! Ho inforcato il binocolo e ho visto che stava rincorrendo, orecchie schiacciate sulla nuca, un malcapitato maschio sessualmente maturo che passava di là magari per andare a salutare la madre. Capita, l’ho visto fare molto spesso ai bachelors. Rocco ha rincorso questo poveretto per qualche minuto all’interno del branco in una gimcana a tutta velocità, fin quando l’intruso non ha accelerato per scomparire oltre la vegetazione più fitta del bush. So bene che quel maschio non faceva parte del gruppo di Rocco perché questo si compone di ventuno individui, più lui. E il ventitreesimo si era appena dato alla macchia, come si suol dire.

REUNION COLLETTIVA

Diversa è la situazione in cui i vari gruppi si riuniscono nell’intero branco. Prendiamo questo delle mamme con i puledri, ad esempio. Questo branco conta, come già detto, settantasette individui al massimo delle presenze. Da quanto mi pare di capire alla sera il branco si divide in gruppi come quelli appena descritti. Qualche khur decide a un certo punto di staccarsi e qualcun altro lo segue. Così un gruppo di dieci se ne va al bacino d’acqua, un altro di dodici rimane a sonnecchiare lì dove si trova, qualcuno si addentra nel bush e altri attraversano la striscia verde e scompaiono. Al mattino, grande ritrovo nel loro territorio preferito, che di norma è quello dove si sono lasciati la sera. Il primo ad arrivare è un gruppo di undici femmine e otto puledri, più Rocco. Staziona lì, pascola un po’ e si bea di essere il primo gruppo a poter accogliere i successivi. Ora succede qualcosa di davvero simpatico perché, mentre alcuni altri gruppi più o meno folti compaiono fuoriuscendo dal bush dal lato nord o est e cominciano a percorrere, molto lentamente, le centinaia di metri di spazio aperto che li separano dal gruppo presente, altri individui sbucano fuori festosi e raglianti dalla macchia più vicina, irrompendo in questa maniera nella quiete. Un paio d’ore fa cinque o sei baldanzosi khur sono giunti trotterellando alle mie spalle per la consueta imboscata ai loro amici e quando si sono accorti della presenza di questo bipede sotto al cespuglio si sono bloccati immediatamente e sono rimasti immobili a guardarmi con delle facce che non vi dico! Le loro espressioni stupite sono immortalate tra le mie foto.

Quando i gruppi si riuniscono, che si tratti di altre mamme con i puledri o, nel caso dell’altro branco che vive tra il bush e il deserto, di bande di scapoli, è un vero spasso fermarsi ad ammirare i saluti e i convenevoli che animano questo momento. Alcuni individui appartenenti a gruppi differenti, ma pur sempre dello stesso branco, rimangono uniti da stretti legami affettivi. Ad esempio ci sono due femmine adulte, che ho chiamato Rachele e Gioconda, che ogni volta che si incontrano al mattino si mettono a giocare come solo loro sanno fare. E lo fanno anche per una decina di minuti consecutivamente. Una volta sono stato quasi quattro ore ad osservare Rachele che oziava all’interno del branco quasi al completo, senza rivolgere un accenno di gioco verso nessuno del suo gruppo o altri. Solo all’arrivo del ritardatario nucleo di appartenenza di Gioconda si è destata dal suo torpore, ha trotterellato verso la sua amica e le ha dato il tormento fin quando questa non le ha concesso qualche minuto di gioco.

CHE COSA C’È NEL DESERTO?

Il mattino non è comunque il momento in cui gli emioni amino particolarmente giocare. Suppongo (e Ajay me lo conferma), che i khur nel Little Rann of Kutch abbiano una attività notturna piuttosto varia, mentre si lasciano andare a lunghi sonni e spropositate pause di riposo da metà mattina a metà pomeriggio, sdraiati in terra sotto al sole, o in piedi immobili come statue di sale, in posizioni decisamente non consone alla fierezza di un animale selvatico. Quelli del branco del deserto, addirittura, preferiscono trascorrere le ore più calde nel bel mezzo del deserto, lontano dal bush, dove non c’è neanche un pochino d’erba per sdraiarsi o un alberello che faccia ombra. Che gli emioni amino il sole che gli scotta la schiena è evidente. Le possibilità di riparo le hanno ma non le sfruttano e preferiscono starsene immobili sotto al sole devastante, sullo sfondo di uno dei tanti miraggi d’acqua all’orizzonte. Ma perché se ne vadano nel bel mezzo del nulla del deserto, lontano anche dall’acqua e dai profumi, sulla terra arsa e spaccata in croste non lo avevo capito fin quando non l’ho chiesto a Devjibhai. “Che cosa c’è nel deserto”, mi fa. “Niente”, rispondo dopo un poco di esitazione. “Infatti”, conferma lui. E se ne va. Il giorno successivo mi ripresento da Devjibhai. “Scusa Devjibhai, ieri non ho capito bene il motivo per cui i khur se ne vanno a non fare niente in mezzo al deserto a chilometri dal bush.” “Che cosa c’è nel deserto?”. Avevo paura che rispondendo “niente” di nuovo se ne sarebbe andato. Così ho tentato: “Sale?”. “No, niente”, e ancora se ne va, sorridendo sotto i baffi. Quella sera avevo seriamente pensato di minacciarlo con il mio coltellino svizzero. Quella situazione cominciava a frustrarmi e volevo ottenere una risposta. Ho visto Vijay che camminava verso la sua jeep senza più i tappetini (li avevamo infilati sotto le ruote della jeep per fare attrito nel fango il giorno del fattaccio), con il cappello in una mano e l’altra sulla testa di capelli ossigenati color ruggine e per un attimo ho pensato di chiederlo a lui. Ma dubito che conoscesse la risposta. E comunque se glie lo avessi chiesto mi avrebbe guardato con occhi non troppo interessati e mi avrebbe confermato la prima risposta che gli avessi suggerito. Per fortuna quella stessa sera è arrivato Ajay, il fratello sveglio, perché l’indomani doveva portare delle persone per un safari. Ho atteso un momento che non avesse niente da fare aggirandomi nei pressi dell’ufficio (come lo chiama Debjibhai) con un libro in mano e gli ho posto la stessa domanda che mi tormentava ormai da due giorni. “Cosa c’è nel deserto?”, mi fa. “No, cazzo, Ajay, anche tu?”. Lui mi guarda inclinando la testa con un sorriso a metà senza capire bene la mia reazione. “Ok Ajay”, continuo, “Niente, nel deserto non c’è niente”. “Appunto”, conferma, “nel deserto non c’è niente. Quindi neanche gli insetti”.

PULEDRI

Anche quando è al completo l’intero branco è abbastanza compatto. Quando riposano sono tutti molto vicini e gli individui all’interno di uno stesso nucleo non si allontanano dagli altri più di poche decine di metri. I puledrini, anche molto piccoli, sono protetti da questa moltitudine e sono liberi di allontanarsi una dozzina di metri per andare ad annusare il musetto di un altro puledro solo quando sono circondati dai corpi degli altri membri, zie, parenti, etc. Se il puledro si allontana in una zona marginale del gruppo, uscendone fuori, la mamma lo rincorre e lo rimprovera con le orecchie schiacciate sulla nuca, ma senza reale aggressività. Allora il puledro si ferma e dopo una timida protesta si rincuora attaccandosi alla mammella. Gli emioni amano molto il contatto fisico e lo utilizzano in continuazione per rafforzare i legami di stima e amicizia. È molto frequente il grooming, il gioco ed il semplice strusciar di corpi e colli intrecciati. Sin dall’età di venti giorni allenano i propri sensi e le proprie emozioni a questo tipo di contatto, moltissimo con la mamma, ma anche con individui loro coetanei. Mi piace pensare che i due maschietti che giocano qui di fronte a me mantengano poi questo legame anche in età adulta, come gli esemplari della mia banda di scapoli preferita.