WILD ASS DIARY – settimo giorno (seconda parte)

 
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Aspettavamo questo momento, aspettavamo Daniele al varco: vabbè il rispetto di Signora Natura, che pareggia gli zoccoli meglio di qualsiasi altro, ma possibile che ancora non avesse buttato l’occhio lì? L’ha buttato eccome, e se finora non ce l’ha detto è forse appunto perché dà per scontato che nulla ci sia da dire, né tantomeno da fare, su quelle unghione modellate al meglio dal suolo e dal cammino. Però eccolo, l’occhio del pareggiatore appassionato, finalmente lo ritroviamo: è quando vede nell’incedere dei khur i segni dello sforzo, l’incespicare e quasi cadere nel fango di percorsi difficili, è nelle tracce lasciate sul terreno dopo i monsoni che ritrova il suo mestiere, e guarda là, dove l’asino poggia la sua fatica a volte grandissima.

Così grande da portare anche alla morte, e qui la parola di Daniele si fa dolce, e insieme esente da commenti. La morte è uno scheletro d’asino sul terreno, e lui ce lo dice in due righe, senza nulla, senza disagio: è una fine segnata dal senso della vita nel proprio habitat, senza rimedio ma anche senza interferenze giunte ad accelerare o modificare un destino.

È un giorno descritto con parole liriche, questo. Ci sono le teste dritte e fisse dei Nilgai, c’è la moltitudine di orecchie e lo stringersi di asini l’un contro l’altro a protezione, nel loro mimetizzarsi con la sabbia, c’è “la luce benevola della luna piena”, e c’è infine un’immagine di tenerezza così delicata che lasciamo a voi il gusto di incontrarla nell’ultima riga, senza staccarla da lì, perché possiate là commuovervi, ancora una volta nell’incanto.

 

27 ottobre 2015 – giorno 7, seconda parte – 40 gradi

I KHUR E I MONSONI

I khur non si sono evoluti qui nel little Rann of Kutch. Mille anni fa il deserto non esisteva perchè qui c’era l’oceano che, ritirandosi, ha lasciato questa distesa infinita. Gli emioni sono migrati dalla parte deserta del Pakistan verso sud e sono arrivati qui solo qualche centinaio di anni fa. Almeno questo è quello che sostiene Ajay. Ajay dice anche che comunque le regioni del Pakistan da cui i khur provengono, in cui abitano gli attuali Kulan, non sono molto dissimili da queste e dunque a livello evolutivo ci siamo. Perchè poi abbiano preso il nome di khur vallo a sapere. E non provare a chiedere a Devjibhai o ad Ajay se magari khur è solo il nome indiano del Kulan, perchè ti guardano alzando le sopracciglia, mettono gli occhi a fessura e con un certo rimprovero ti dicono “No. Il Kulan è in Pakistan e il Kiang è in Iran. Il Khur, solo qui, nel Little Rann of Kutch.” L’unica cosa in cui vedo ancora parecchio a disagio i khur, evoluzione a parte, è quando hanno a che fare con l’acqua. Come ho già spiegato, dopo il periodo dei monsoni, cioè adesso, il Little Rann of Kutch è puntellato da piccoli bacini d’acqua chiara e trasparente, rigagnoli argentati che brillano guardando all’orizzonte e mefistofeliche paludi di acqua comunque buona da bere per gli animali. Dove la concentrazione di acqua dolce persiste ci sono ampie aree di bush divise da zone acquitrinose dove l’acqua è molto bassa, ma gli zoccoli dei poveri animali fanno una gran fatica ad affondare e risollevarsi dal fondo fangoso e morbidissimo. Ho visto animali in chiara difficoltà nell’attraversamento di queste zone ed esemplari imponenti incespicare sin quasi a cadere in trenta centimetri d’acqua. Per questo motivo i puledri rimangono ben circoscritti nelle aree in cui sono stati partoriti e le madri non si sognano neanche di farsi una gita al villaggio o dall’altra parte del bush, mettendo in serio pericolo la vita dei loro piccoli. Io stesso sono quasi rimasto con i piedi bloccati nel fango argilloso in un paio di occasioni in cui avevo valutato male la compattezza del terreno. Figuriamoci cosa possa accadere dentro l’acqua. Spesso attraversando il deserto secco si incontrano tracce ben distinte di orme profonde anche trenta centimetri. lunghissimi rettilinei formati da uno zoccolo dopo l’altro che affondava nel fango fino al ginocchio, subito dopo il periodo dei monsoni. Quelle tracce sono ancora là, ormai secche, ma testimoniano la sofferenza con cui questi animali, persi o incoscienti, hanno attraversato allora alcuni tratti di deserto morbido. Una volta Ajay mi ha detto, mentre parlavamo dell’incidente occorso con il fratello, che si riconoscono le parti di deserto ancora morbido dal colore più chiaro del terreno e anche, ad un esame più dettagliato, dal numero e dalla conformazione delle spaccature della crosta. Una volta mi sono preso la briga di seguire la traccia solitaria di un khur che al tempo in cui il terreno era ancora troppo bagnato aveva arrancato per almeno un chilometro. Poi la traccia tutto a un tratto spariva. Magari l’animale aveva finalmente raggiunto il terreno più duro o magari si era alzato il livello dell’acqua. Fatto sta che, sparse lì vicino, ho trovato in terra alcune parti ossee incastonate nel terreno; due mandibole con tanto di denti e anche un intero tratto di vertebre ancora incastrate l’una all’altra.

 

DAI NILGAI AI LARK

Finalmente il sole comincia a calare, proiettando in terra ombre sempre più lunghe. Abbandono il mio albero per addentrarmi ancor più nel bush. Voglio raggiungere il branco di venticinque emioni che ho visto con il binocolo dalla parte opposta dell’acqua. So che c’è una specie di ponte di sabbia che ci passa sopra e sul quale si può camminare. È un cordone alto un paio di metri e lungo circa trecento, che aggira lateralmente l’acquitrino, dal quale si domina sia il lato del deserto che quello del bush. Un branco di Nilgai alla mia destra mi osserva da lontano con occhi sbarrati. Sono tutti fermi a guardare me, con le teste dritte. Alcuni fanno capolino nascondendosi dietro un cespuglio, come se non li vedessi. A tratti cominciano a guardarsi l’un l’altro solo per mandarsi un po’ in agitazione, partono al trotto spostandosi di qualche decina di metri, poi si fermano tutti insieme e addrizzano di nuovo quei loro colli contemporaneamente, come una squadra di ginnastica ritmica. Ma che problemi hanno? La Natura deve averci dato giù pesante con questi animali, se vedono orde di famelici predatori in ogni bicicletta di salt worker che passa! Lascio i nilgai alle loro paranoie e proseguo verso il mio branco. Dove la passerella di sabbia si interrompe c’è da saltare da un isolotto all’altro tra i rigagnoli d’acqua, segliendo bene le rive su cui approdare per non affondare con i piedi o finire in acqua. Alcuni salti sono facili. Altri devo affrontarli togliendomi la sacca dalle spalle, lanciandola sull’altra sponda e dando il meglio di me. In pochi minuti sono dall’altra parte e mi incammino lentamente verso il branco di emioni. Il maschio che gestisce questo branco è il primo che incontro. Non sembra affatto allarmato. Ho imparato comunque a non esagerare nell’avvicinamento, lasciando sempre più che un ampio margine per non condizionare i loro comportamenti. Alcune volte, insistendo a volere avvicinarsi anche un passo in più ogni tanto, ho sortito l’effetto di una moltitudine di orecchie verso di me e poi un mucchio di corpi che si stringono compatti, unendo le loro sfumature color sabbia scura in una perfetta riproduzione dei colori del deserto, prima di allontanarsi definitivamente con passo lento ma irreversibile. Sorpasso il maschio che mi lascia fare senza ragliare e mi fermo a debita distanza dal folto gruppo per osservare ciò che fanno a quest’ora del tardo pomeriggio. Ogni volta che mi avvicino a loro non so mai esattamente cosa guardare. La maggior parte delle volte sono loro stessi per primi ad escogitare qualcosa che possa smuovere il mio interesse e focalizzare la mia attenzione su qualche nuovo particolare, qualche dinamica o sfumatura della loro vita sociale. Questa volta rimango incantato a guardare il gioco di due giovani esemplari, un maschio e una femmina, che non smettono di lottare, di rincorrersi e di cercare di mordersi gli arti per buttarsi a terra a vicenda. Ovviamente vince quello che rimane in piedi. E si ricomincia.

 

Torno al campo sotto la luce benevola della luna piena, accompagnando la migrazione degli emioni che hanno deciso di andare alla laguna vicino al campo. Mentre cammino un’infinità di lark salta via al mio passaggio, come i grilli campagnoli durante una bucolica passeggiata serale a primavera. I lark sono piccoli uccelli marroni con sfumature di deserto che vivono a terra, mangiano semi microscopici che solo loro riescono a vedere e sono talmente piccoli che con la stagione fredda si mettono a dormire rannicchiati dentro le orme più profonde dei khur per ripararsi dal vento.