WILD ASS DIARY – settimo giorno (prima parte)

 
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Daniele parla ormai di colazione con i fenicotteri come fosse cosa di tutti i giorni. E nel raccontare il cammino nel deserto e il ritorno verso il villaggio riesce a fotografare così nitidamente il paesaggio da far sì che noi lettori ci sentiamo lì con lui, e vediamo e annusiamo le stesse cose. E quasi verrebbe da commentare Ma vedi, là, là in fondo, quello strano animale? E Daniele oggi, il settimo giorno, avrebbe certamente una risposta più chiara per noi, e sembra ora avere maggiore familiarità con gli emioni, li riconosce, c’è Asso, con le orecchie e la coda mozzata. E c’è un Nilgai, parente dell’antilope, che lo fissa e poi scappa veloce senza apparente motivo. E Daniele lo ha già visto e ora se l’aspetta, questa scena. E’ cresciuto, aveva detto bene ieri Devjibhai. Ma nonostante questo sentiamo ancora, nelle sue parole, la meraviglia, lo stupore, e l’inchino a Nostra Signora Natura. 

 

27 ottobre 2015 – giorno 7, prima parte – 40 gradi
 
SAFARI

Nonostante avessi sempre armato una discreta resistenza ogni volta che Devjibhai aveva provato senza fronzoli a farmi capire che dei due figli Vijay (quello con cui mi sono impantanato) è quello “meno sveglio”, mentre Ajay è un’ottima guida (super fotografo e immenso custode dei segreti del deserto), sono costretto ad ammettere che il safari di ieri con Ajay è stato nettamente più fruttifero di quello con Vijay. A parte la colazione che Ajay aveva preparato con gran richezza di cibo da consumare strategicamente davanti a uno stormo di fenicotteri rosa all’ombra di un albero, il figlio sveglio di Devjibhai non faceva che elargire notizie su tutto ciò che incontravamo. Poteva lanciarsi in teorie sull’economia del cotone dei campi che attraversavamo o spendere minuti sulla conformazione e caratteristiche geografiche dei luoghi, senza farsi sfuggire, mentre parlava, ogni singola specie di volatile che destava il suo interesse (e avrebbe dovuto destare anche il nostro), della quale cercava il corrispettivo nome inglese su un piccolo atlante che aveva nascosto sotto al sedile, sciorinandone caratteristiche, colori del maschio e della femmina e densità abitativa. Per ogni nuova specie fermava la jeep e spegneva il motore e noi ci sentivamo in dovere di scattare delle foto. In una di queste occasioni mi sono ritrovato a rincorrere un piccolo uccello marrone che correva in terra come un sorcio, per scattargli una foto, solo perché Ajay aveva detto che era piuttosto raro. Continuo a pensare si fosse trattato di una semplice quaglia.

 

A parte una sana erudizione circa le questioni del prezzo del cotone e  le differenze di sfumature tra maschio e femmina della quaglia indiana la vera svolta per la mia missione è stata il safari serale. Ajay ci ha condotti prima al copioso branco di emioni che avrei dovuto raggiungere oggi e poi a un altro gruppo composto da quasi tutte femmine con il puledro e, ovviamente, il maschio di riferimento. Ciò che mi è stato molto utile scoprire da Ajay sono le reali distanze di percorrenza a piedi, visto che con la jeep sembrano sempre più corte, i punti di riferimento per trovare il sito con le mamme e i puledri e gli orari approssimativi degli spostamenti dei due gruppi (quello con i puledri e quello tra il bush e il deserto). Ma soprattutto Ajay mi ha rivelato i punti di riferimento per tornare al campo sano e salvo anche se dovesse calare la notte. Ajay mi ha mostrato, quando era ormai calato il sole, come fare a non perdermi sulla via del ritorno dal sito dei puledri, che è a circa 10km dal campo, orientandomi con l’unica striscia di cespugli che corre rettilinea nella direzione giusta, alcuni alberi isolati, la torre bianca e soprattutto i differenti colori delle uniche sei piccole luci che si vedono di notte dal deserto. “Vedi quelle luci laggiù?”, mi fa indicandomi un punto lontano oltre il Bush, “Là non devi andare. Una volta un ospite del campo è venuto qui e al ritorno al buio ha visto quelle luci e è andato là. Ma là c’è un piccolo villaggio dove nessuno parla inglese e credimi, di notte la strada sembra tutta uguale. Per fortuna anche là conoscono mio padre e sanno che viene gente a fare safari. Lo hanno riportato con la bicicletta. Un vecchio pedalava e lui stava seduto dietro. 18km così nel deserto di notte!”. Il segreto per avere conferma che le luci siano quelle del campo di Devjibhai è semplice: ci sono due luci al campo che si vedono da lontano, una è gialla e una è bianca. Non si può sbagliare.

 

CHI SI RIVEDE!

Questa mattina sono tornato alla laguna. Non era neanche tanto presto, ma ho incontrato un gruppo di 9 emioni che si attardavano vicino all’acqua. Qualcuno brucava l’erba, qualcuno era fermo immobile. Un paio erano con i piedi in ammollo dentro l’acqua. Tutti maschi. Era indubbiamente lo stesso gruppo incontrato quel giorno alla laguna. Tra gli altri ho riconosciuto senza ombra di dubbio Asso, il fenomeno con le orecchie e la coda mozzata. Se ne stava al sicuro e baldanzoso tra i suoi compagni. Sono rimasto a scattare dei bei ritratti e ho fatto qualche video, visto che questo gruppo di scapoli si lascia avvicinare parecchio. Ho notato che i gruppi di khur abituati a spostarsi alla sera e al mattino dal deserto al villaggio e viceversa hanno inevitabilmente sviluppato una maggiore confidenza verso l’uomo. Questa confidenza non si risolve in niente più che una distanza di sicurezza minore rispetto agli asini che invece rimangono nel bush e nel deserto e tendono ad allontanarsi se vengono avvicinati intenzionalmente a venti o trenta metri. Prima interrompono ciò che stanno facendo, drizzano le orecchie verso l’intruso e se questi continua ad avvicinarsi allora se ne vanno senza comunque andare nel panico.

 

UNA PRIMA DESCRIZIONE DEL KHUR

Parto dal campo nel pomeriggio, sacca sulle spalle e comincio a camminare verso il bush, senza maglietta, a torso nudo, attraversando il tratto di deserto. Oltrepasso la torre bianca lasciandomela alla sinistra. Poi alle spalle. Un Nilgai mi fissa da lontano, immobile nel bel mezzo del nulla. Voglio guardarlo bene con il binocolo. È un esemplare imponente, dal mantello scuro e lucido. Un grosso maschio. Scruta nella mia direzione, con quelle orecchie a forma di foglia e la coda che sventola forte. Poi prende e scappa all’improvviso, senza un apparente motivo, senza una mossa da parte mia. Ma ormai ci sono abituato, lo fanno tutti i Nilgai. Sono della famiglia delle antilopi e somigliano a grossi cervi con il corpo da alce e le corna da toro. E a quanto sembra si fottono dalla paura di essere mangiati dagli umani. A proposito: Nilgai è il nome gujarati per blubull.

Raggiungo la prima striscia di cespugli spinosi e intravedo il verdeggiare del suolo all’interno del bush. Devo stare attento, perchè queste piante hanno dei rami con delle spine in grado di bucare le gomme della jeep, figuriamoci la suola di una scarpa. E molti di questi ramoscelli sono in terra. L’attraverso. All’orizzonte ecco i primi khur. Estraggo la borraccia dalla sacca, bevo un sorso; è gia calda. Proseguo il mio cammino. Mi inoltro nel bush. Accanto a me pascola tranquillo uno sparuto gruppo di quattro o cinque maschi. Una banda di scapoli distaccata dal resto del branco, ma comunque a non più di mezzo chilometro. Mi siedo all’ombra di un piccolo albero, anche se è tra i più grandi. Qui la vegetazione è comunque molto rada e non supera i tre metri di altezza. Osservo seduto questi simpatici animali. Non sono affatto lontani, forse una cinquantina di metri. Sono molto belli, con i loro mantelli bianchi e ocra. Mi è stato detto che i maschi sono generalmente più scuri e non presentano le strisce chiare sui fianchi, ma io non faccio altro che imbattermi in maschi di entrambi i tipi, con o senza questa caratteristica e alcuni dal mantello anche molto chiaro. E non mi sembrano affatto dei puledri. Quelli che ho davanti ad esempio sono piuttosto assortiti. Sto osservando in particolare un esemplare davvero bello. Presenta un contrasto ben definito tra le parti scure di un color ruggine acceso e le parti di un bianco candido. Ma il passaggio da un colore all’altro non è mai netto come in un mantello pezzato, sfumando invece con decisione dall’uno all’altro. Inoltre l’andamento delle parti bianche segue perfettamente la linea di alcuni muscoli, come quelli delle natiche o del collo, così da far sembrare il corpo dell’anmale ancor più tornito ed atletico. Ciò che ho notato, invece, circa il mantello dei maschi, è che quello del “territory male”, come lo chiama Devjibhai, quello si, è sempre marrone più scuro e compatto, senza sfumature al bianco sui fianchi, se non un accenno. Lo si riconosce ovviamente da questa particolarità del pelo e lo si trova abitualmente isolato dal branco, a circa duecento metri. Di solito si posiziona in in punto in cui gli è facile controllare il suo harem composto da una ventina di femmine al massimo e non esita a ragliare e a radunare il branco se percepisce un pericolo. Abituato come sono ad essere svegliato dai potenti ragli dei miei asini a Roma, sono rimasto sorpreso nel constatare che i ragli di questi equidi sono molto più deboli. È evidente che si tratti di ragli e somigliano in tutto e per tutto al raglio dell’asino, molto più che quello starno verso che fanno i muli. Il suono che emette il khur, però, è più rapido e sommesso, come un affannato e sonoro respiro asmatico. Sarà forse perché in questo ambiente il suono non incontra poi così tanti ostacoli e per questo può essere udito più facilmente anche da grandi distanze? Proprio qualche minuto fa, nel silenzio che regna in questa distesa pianeggiante, sono riuscito a udire il gorgoglio della pipì di un khur che era andato “al bagno” vicino a un cespuglio a sessanta, settanta metri dalla mia postazione. Magari potrebbe anche essere che abbiano in proporzione orecchie un po’ più piccole degli asini per lo stesso motivo. In fondo se in posti come questi i suoni sono facilmente udibili che motivo avrebbe avuto la natura di evolvere per i Khur padiglioni auricolari più grandi del necessario? L’evoluzione è sempre stato un argomento per me di grande interesse. Niente e nessuno al mondo sarà mai in grado di ottimizzare come fa la Natura. A quanto pare noi umani siamo l’unica specie che si sta automodificando/mutilando in base al prorio stile di vita, in barba a qualsiasi habitat e qualsiasi condizione atmosferica, invece che sottostare al giudizio supremo della Natura. E vai a sapere se sia un’evoluzione o magari un’involuzione. Il problema è che ci stiamo tirando dietro tante di quelle specie animali che al confronto una sana pioggia di meteoriti è una gentile sgrullatina primaverile. Poi andiamo a proteggere i khur e a salvare le balene dai giapponesi. Non c’è animale più controverso dell’uomo, su questo non c’è dubbio.