WILD ASS DIARY – Terzo e quarto giorno

 

Devjibhai ha detto a Daniele “Ti farai la tua idea”. Si riferiva a quanto avrebbe scoperto nei giorni seguenti accompagnato in due safari su un  territorio a lui nuovo. Devjibhai sembra accompagnare anche noi qui oggi, in questo viaggio da lontano, dietro la schiena di Daniele, accovacciati perché un po’ desideriamo nasconderci, come fa lui dietro agli asini selvatici, certo per non disturbare, ma chissà forse anche per mettersi in una posizione di rispetto, per non sentirsi invadente. Lui verso i Khur, noi verso di lui. Devjibhai è insieme autoritario –  per quella sicurezza che gli viene dalla competenza sul suolo che da sempre ha calpestato – e dolce nei suoi improvvisi sorrisi, che sembrano voler dire, pacificandoti, Conoscerai.

Ma lui quella sera ha detto senza troppi preamboli “Ti farai la tua idea”. “La mia idea rispetto a cosa?” ha chiesto Daniele, silenzioso, a se stesso. E resta con quella domanda davanti agli occhi, solo sapendo che il mattino seguente si alzerà, la seguirà, e inizierà il suo cammino ignaro, verso una possibile risposta.

 

23 ottobre 2015 – Giorno 3 – 40 gradi

LA TORRE NEL DESERTO

Sono sopra una torre di avvistamento. Una fatiscente struttura in cemento grezzo verniciato alla meno peggio di bianco isolata in mezzo al deserto, a un chilometro dal campo di Devjibhai. Sono salito con una scala a pioli in ferro per una ventina di metri, fino in cima, dove c’è un piccolo terrazzo da cui si può osservare l’area circostante a 360 gradi. Sono le 16.00. Un po’ presto per avvistare qualche animale, perché il sole è ancora pesante sul deserto. Per fortuna i suoi raggi sono anche abbastanza obliqui da regalarmi uno spicchio d’ombra oltre il parapetto. Così osservo, non vedo nulla e mi rimetto giù ad aspettare. E nel frattempo scrivo. Invece del cannocchiale ho portato il binocolo che Devjibhai mi ha infilato nella sacca perché il mio cannocchiale, mi ha spiegato sbrigativamente, non vale niente. Non so se vedrò qualcosa di particolare, ma sono fiducioso. Ieri verso sera ho notato da questa parte (opposta alla laguna rispetto alla lingua di asfalto che taglia in due quest’area) una moltitudine di animali in “migrazione” verso la laguna. Mucche per lo più. Da ciò che mi è parso di capire gli animali, tra cui i Khur, si spostano metodicamente da un punto a un altro del bush al mattino e alla sera. Trovano un posto di loro gradimento per mangiare e per bere, attendono le ore più calde e poi si spostano nuovamente da dove sono venuti, o chissà dove. Ecco la situazione dalla torretta: deserto a nord, sud, ovest e est, a volte completamente spoglio, più spesso puntellato da una macchia arida di cespugli spinosi, con alcuni tratti erbosi, del tipo di erba dura e fibrosa che riesce a crescere in queste condizioni. Alcune tracce. A un chilometro c’è l’unica strada, un immenso rettilineo di cui non riesco a vedere la fine, nè il principio. In qualche punto su questa strada c’è il minuscolo campo di Devjibhai.

Ore 19.00

…WOW…

 

24 ottobre 2015 – Giorno 4 – 40 gradi

CONSIDERAZIONI EMPATICHE

Sto seriamente riconsiderando la mia posizione circa il fatto che sia sempre e comunque un errore antropomorfizzare. Antropomorfizzare vuol dire proiettare sugli animali emozioni appartenenti agli umani. Ma se invece, volendo antropomorfizzare, io stia in realtà proiettando sugli animali emozioni che sono “anche” degli umani? Questo cambierebbe tutto. In fondo chi ci da il diritto di arrogarci l’esclusiva di certe emozioni e di certe sensazioni? Mi spiego: Oggi durante un safari stavo filmando un gruppo di pellicani che oziavano su uno dei tanti specchi d’acqua sparsi nel Little Rann Of Kutch. C’era una pace incredibile e un silenzio paradisiaco interrotto solo a tratti dal verso di qualche volatile. Era mattino presto e una luce viva e pulsante incorniciava ogni corpo. Ogni pellicano e ogni altro trampoliere nelle vicinanze aveva il suo gemello riflesso sull’acqua. A un tratto mi sono accorto che stava arrivando da lontano, con incedere lento, una coppia di Khur. Camminavano lungo la riva opposta a una distanza di circa venti metri uno dall’altro e in breve sarebbero arrivati vicino al gruppo di pellicani che stavo filmando. Qualora fossero passati proprio dietro ai pellicani sarebbe stata una fotografia stupenda. In effetti tutto era stupendo lì. Era uno di quei momenti che ti rigenerano e quel posto era davvero una cornice perfetta. Uno dei due khur, quello che camminava davanti, si è fermato proprio all’altezza dei pellicani in acqua. In breve il secondo lo ha raggiunto e ha cominciato a strofinargli dolcemente la testa contro. L’altro khur si è mostrato ricettivo e ha fatto altrettanto. Per un attimo i due animali sono rimasti con i colli intrecciati. Un attimo dopo si mordicchiavano vicendevolmente il collo in un grooming reciproco. Una scena romantica, sullo sfondo di un deserto illuminato dall’alba e ai loro piedi una laguna con uccelli acquatici che riflettevano i loro corpi come su di uno specchio.

Era evidente che stessi proiettando le emozioni forti che stavo provando su tutta la scena, khur e pellicani compresi. Ma chi mi dice che fossi io il solo a provare quel senso di comunione e beatitudine? Non può essere che i khur solitari si fossero lasciati andare ad effusioni perché si sentivano bene lì, ora, in quel posto, proprio come farebbero un ragazzo e una ragazza di fronte ad un tramonto sul Gran Canyon, o al sorgere del sole visto da sotto un telo da mare sulla spiaggia? Se negassi questo mi sentirei, ancora una volta, di peccare di antropocentrismo. Già valutare le emozioni animali mettendo le nostre al centro come termine di paragone è sbagliato, figuriamoci escluderle a priori senza una spiegazione plausibile. Sono giunto alla conclusione che non voglio mai più negare la possibilità che qualsiasi animale possa provare emozioni di qualsiasi tipo, anche tra quelle che noi riteniamo prettamente “umane”. In fondo come facciamo a sapere cosa si agiti dentro ogni animale? Siamo anche piuttosto lontani, direi, dallo scoprirlo e probabilmente non lo scopriremo mai. Ognuno di noi è l’unico a provare le proprie emozioni e nessuno saprà mai cosa provo io esattamente. Dunque sarebbe il momento di scendere dal piedistallo e ammettere che non possiamo sapere cosa stiano provando i due khur che si coccolano al limitare della laguna, o i pellicani che oziano nell’acqua. E se non possiamo saperlo, non dobbiamo permetterci.