WILD ASS DIARY – Secondo giorno

 

Avevamo lasciato Daniele Corsi, arrivato nel deserto indiano, occhi negli occhi con un emione. Uno sguardo durato pochi secondi, ma che possiamo immaginare eterno nella mente dell’ospite umano così accolto dai padroni di casa.

Seguiamo Daniele oggi nel suo primo giorno di esplorazione all’Eco Camp di mister Devjibhai (dobbiamo leggere “Giedvai”, ci dice in risposta alla curiosità), dove nei tempi voluti da quelle terre di silenzio inizia a guardarsi intorno, a cercare gli animali, a camminare lento tra i cespugli, mentre i pensieri d’occidente iniziano a stridere contro una natura e un cielo nuovi.

Gechi, corvi, due orecchie e poi, finalmente, molte altre. Un fermo immagine blocca momentaneamente la scena. È il tempo necessario ai khur, gli asini selvatici, per valutare quel rumore tra i cespugli. Chissà se capiscono che è il cuore di Daniele.

(AG)

22 ottobre 2015 – Giorno 2 – 40 gradi

ECO CAMP

L’Eco camp di Devjibhai è composto da un piccolo edificio basso fatto a “L” e una copertura in canne e paglia dal lato interno dell’angolo. Questa struttura rappresenta l’ufficio, la cucina e il centro operativo. Da un lato c’è un capannone con delle jeep parcheggiate e al lato opposto  cinque kooba, piccole abitazioni a pianta circolare, con una veranda e tre gradini davanti, un piccolo bagno sul retro e il tetto spiovente, tipo trullo di Alberobello. Sotto la veranda c’è la porta d’ingresso. Le ante in legno sono decorate con delle sagome di animali ricavate dalla soffiatura di vernice come le pitture rupestri nella grotta di Lascaux. Le pareti del kooba sono in cemento grezzo, color sabbia, rasate col fango misto a qualcos’altro e decorate con dei motivi blu, bianchi e gialli. Il tetto esternamente è in paglia, ma tra questa e la struttura in assi di legno intrecciato che lo sostiene è stato tirato un telo blu per evitare infiltrazioni d’acqua. Nell’ambiente circolare sono state ricavate quattro piccole finestre messe a croce, suppongo per creare un po’ di ventilazione. Saggiamente Devjibhai ha aggiunto al centro del soffitto un ventilatore collegato ad una semplice centralina elettrica. La piccola area dei servizi, invece, si compone di un mini lavabo, un microscopico water e un grosso secchio in plastica posto sotto un rubinetto, con annessa caraffa con manico, per lavarsi. Il pavimento piastrellato del bagno è in leggera pendenza in modo che l’acqua confluisca tutta all’esterno attraverso un buco nella parete.

AREA RELAX A 52 GRADI

Non lontano  dai kooba c’è un capanno in plastica che dovrebbe essere una specie di sala relax per lo studio e la lettura, ma dentro ci sono almeno 52 gradi. Infatti Devjibhai lo usa come un magazzino in cui sono ammucchiate brande, sedie e poco altro. “È una situazione temporanea”, si affretta a puntualizzare Devjibhai, “Il mio progetto prevede di fare lì l’area relax e studio” aggiunge indicandomi un punto dietro il capanno. “Lì dove?”. Allora mi mostra orgoglioso due file da tre pilastri, il primo alto circa due metri, il secondo tre e il terzo quattro, in previsione di una copertura spiovente. “Dentro voglio mettere delle sedie, tavolini e alle pareti, mappe e informazioni sulla wild life del Little Rann Of Kutch”, aggiunge. “Viene fuori una bella struttura”, mi complimento, “per quando sarà pronto?”. Devjibhai fa un sorriso che mi fa capire l’ingenuità della mia domanda. “Piano, piano”, risponde, “Non ho tutti quei soldi”. Mi sono sentito a disagio per averglielo chiesto. Avrei voluto cambiare la mia domanda con un’esclamazione tipo: “Wow! Complimenti e in bocca al lupo per i lavori!”. E invece ho fatto l’occidentale. Chissà quanti sono “tutti quei soldi” per Devjibhai.

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3 GECHI

Nel mio kooba abitano 3 gechi; due piccoli e uno bello grosso. Se c’è parecchio cibo possono convivere contemporaneamente dentro l’ambiente in cui ci sono anche io. Ma tendenzialmente quando c’è quello grande gli altri due stanno alla larga, perché vengono rincorsi. Li ho guardati da vicino e mi sono raccomandato che mangiassero tanti insetti, soprattutto le zanzare. Li ho chiamati “Gecone”, “Gechino” e “Gechetto”. Che fantasia, eh? Se spunta fuori il quarto non so proprio come potrei chiamarlo! Ebbene si, ho l’abitudine di dare nomi agli animali. Questa pratica per lungo tempo è stata bandita dalla scienza nell’ambito delle ricerche sugli animali, fossero anche ricerche etologiche e di pura osservazione. Dare i nomi agli animali che si studiano, diceva qualche cervellone, mina l’oggettività delle osservazioni e di conseguenza la credibilità degli studi stessi. Presumibilmente alla base di questa teoria c’era l’idea che uno scienziato che desse nomi agli animali oggetto di studio fosse emotivamente troppo coinvolto. Ma se io volessi scrivere ad esempio che “Flo si prende cura della sua prole”, il fatto di chiamarla “scimpanzé femmina n6” renderebbe più o meno amorevoli le cure che Flo dedica ai suoi piccoli? C’era evidentemente qualcosa di sbagliato. Per fortuna da allora gente alla Jane Goodall ha preso a dare nomi agli animali che osservava, sciorinandoli in tanto di trattati e tutti si sono ammorbiditi.

INCONTRO ALL’ALBA

Ho dormito bene la notte scorsa. Avevo bisogno di un buon sonno ristoratore. Ho fatto sogni che non ricordo. Mi sono svegliato alle 6 del mattino perché volevo tornare alla laguna. Il sole non si era ancora levato. Camminare nel fresco del mattino sugli stessi sentieri ieri arsi dal sole, nella semioscurità di un silenzio irreale è stata un’esperienza pazzesca. Sono arrivato alla laguna proprio nel momento in cui, vicino alla riva opposta, stava cominciando lo spettacolo del Sole rosso e nascente riflesso sull’acqua. Mi sono seduto e ho aspettato, stupito di quanto l’astro fosse veloce ad alzarsi nel cielo (che strano, è più di qualche giorno che sappiamo che è la terra a girare intorno al Sole e ancora diciamo che il sole “si leva” in alto nel cielo. Evidentemente il nostro antropocentrismo è duro a morire!). Aspettavo e giocherellavo con un osso equino trovato sulla strada. È la parte di un arto, forse anteriore, dal gomito in giù. La parte vicina all’articolazione del gomito è ben mantenuta, mentre in basso l’osso è spezzato, anche se ne è presente una buona porzione in un punto molto particolare, in quanto testimonianza di uno dei principali cambiamenti morfo adattativi nella storia dell’evoluzione degli equidi. Parlo della fusione di ulna e radio, presente per la prima volta in Merychipous, la prima specie, tra gli antenati dell’equide moderno, che può essere considerata prevalentemente “grazer”, rispetto a “browser”. È questo un cambiamento radicale e molto mirato avvenuto nel Miocene. La fusione del radio con l’ulna, infatti, fa sì che le gambe non ruotino più su se stesse, divenendo in tal modo organi specializzati per un’unica funzione: la corsa veloce su terreno duro.

Benché fosse dotato di una simile attrezzatura da corridore, l’esemplare di emione che si stava avvicinando alla mia destra pareva non avere alcuna fretta. Prima sono comparse le orecchie dietro a un dosso pietroso, poi il simpatico animale si è inerpicato ed è rimasto lì, come su un piedistallo, ad annusare l’aria. Subito dopo è sceso verso l’acqua, seguito da altri due esemplari. Tre maschi. Tre maschi vuol dire un gruppo. Che mi fossi imbattuto in una “bachelors band”? In Natura sono stati osservati con una certa frequenza nei cavalli selvaggi (non so se anche negli asini) dei gruppi composti da soli maschi, di solito abbastanza giovani, che non abbiano ancora formato il proprio harem. Letteralmente “bachelors band” vuol dire “banda di scapoli”. È una situazione talmente comune e collaudata da rappresentare in effetti la normalità.

Tutti e tre gli esemplari che avevo davanti agli occhi erano piuttosto in forma. Ad un’osservazione più attenta mi sono accorto però che uno dei miei scapoloni aveva una chiazza senza pelo che scopriva la carne viva sul lato del collo e tutte e due le orecchie mozzate. Anche la coda era messa male. Molto probabilmente era reduce da una battaglia. Magari aveva messo il muso dove non doveva o addirittura aveva tentato di spodestare del suo harem qualche altro maschio. Evidentemente gli era andata male. Comunque entra nel mio album fotografico. Se dovessi incontrarlo di nuovo lo riconoscerei di sicuro. L’ho chiamato “Asso”.

EMIONI E CORVI

Dopo diversi scatti ho deciso di cambiare postazione. Avrei aggirato lo specchio d’acqua che mi separava da loro passando piuttosto largo per non spaventarli. In questo modo avrei potuto osservarli senza tutti quei cespugli davanti e magari avrei potuto fare delle altre foto da una diversa angolazione. La laguna in quest’area non ha una riva ben definita, ma prosegue in un acquitrino che a sua volta viene sempre più assorbito dalla terra, che si presenta morbida e argillosa, come nel tratto in cui mi trovavo io. Camminavo cercando di evitare le aree in cui le impronte degli animali andavano più a fondo, perché sapevo che sarei andato a fondo anche io. Dopo un po’ ho imparato a riconoscere dal colore le parti di terreno duro da quello molle e scegliendo bene dove mettere i piedi sono riuscito a raggiungere il versante opposto della laguna senza il fango alle caviglie. I tre khur erano ancora là. Il sole cominciava a picchiare. Ho scelto un cespuglio che proiettava un’ombra generosa in terra e mi ci sono accucciato sotto, seduto sopra la sacca vuota. Ad occhio nudo mi sono accorto che uno dei tre era in una posizione insolita. Stendeva il collo in avanti appiattendo la testa, come i miei asini quando faccio loro i grattini alle orecchie. Poi mi è parso di vedere una macchia nera sopra la sua testa. Ho inforcato il cannocchiale e non potevo credere ai miei occhi: Un grosso corvo saltellava allegramente sul dorso dell’emione spiluccando, ora dalla cresta, ora dall’interno delle orecchie, succulenti insetti che poi si pappava aprendo e chiudendo il becco. L’emione era immobile e si gustava l’operazione, muovendo lentamente la testa, ora da un lato, ora dall’altro, per favorire il lavoro certosino del corvo.

Ero di fronte a un perfetto esempio di sinergia inter specifica: l’emione gode nel farsi togliere gli insetti e il corvo gode ancor di più mangiandoseli. La domanda che subito mi è venuta in mente è “chissà perché la prima volta che il corvo si è avvicinato all’emione arrivando in volo non è stato cacciato da quest’ultimo?”. Insomma, quando nei documentari vedi l’uccellino che si posa sulla groppa del rinoceronte è talmente evidente la sproporzione che viene da pensare che l’ippopotamo tolleri la presenza del piccolo volatile perché in realtà neanche se ne accorge. Ma ciò che stavo spiando con il cannocchiale era qualcosa di diverso. C’era un volatile di stazza piuttosto importante sopra un equide che di certo sentiva il peso del corvo ad ogni suo spostamento e addirittura modificava la sua postura con la schiena, con la testa e con le orecchie in funzione del diverso lavoro che il corvo svolgeva con il becco sul suo corpo. D’istinto ho controllato se anche gli altri due emioni stessero godendo dello stesso trattamento e la fortuna ha portato la mia attenzione nel punto giusto, in tempo per vedere una scena che da allora non smette di farmi riflettere: un secondo corvo è arrivato in volo e ha tentato di atterrare sulla groppa di uno degli altri due khur, ma quest’ultimo lo ha respinto con un movimento della testa. Il corvo si è posato su un ramo. Poi ha mosso la testa verso l’altro corvo che banchettava sopra un emione ormai in estasi e ha spiccato il volo in quella direzione, gracchiando. Questa volta non ha avuto problemi a poggiarsi sulla schiena dell’emione e subito ha cominciato a banchettare insieme all’altro. Dopo qualche minuto è arrivato un terzo corvo e si è unito alla festa. Tre corvi zampettavano sulla testa, la schiena e la groppa di un solo khur. Sembrava di vedere la scena di uccelli necrofagi avventatisi su una carcassa, ma la situazione era ben diversa. Il khur godeva del trattamento, ma rimaneva pur sempre vigile e attento e più di una volta l’ho visto sollevarsi con il collo e le orecchie dritte e tese verso qualcosa di suo interesse… Con i corvi sempre sopra di lui.

Perché un emione (che chiameremo Brandon) tollerava e gradiva la presenza di corvi “pulitori” sul suo corpo e un altro no? Perché la prima volta che un corvo ha tentato di poggiarsi sopra Brandon, quest’ultimo non lo ha cacciato come ha fatto l’altro emione descritto in precedenza e perché quest’ultimo non si fida dei chiari segnali di benessere e alto gradimento che Brandon comunica con il suo corpo (e probabilmente anche con i suoi odori)? Come sempre in Natura molto è da attribuirsi ad un fattore casuale, per lo meno all’inizio. Magari fra cento anni ogni Khur della popolazione del Little Rann of Kutch avrà sulla sua groppa un corvo, se questa si rivelerà una pratica avvantaggiante, mentre la popolazione di Kiang in India settentrionale e Nepal ne sarà sprovvista. Oppure si potrebbe supporre che la presenza di uccelli sopra un branco di equidi ne segnali la posizione ad eventuali predatori e allora si tratterebbe di un fattore di svantaggio per la sopravvivenza del branco. I predatori imparerebbero a riconoscere con esattezza la posizione dei Khur in base alla modalità di volo dei corvi e in breve, se il destino sarà loro benevolo, i khur torneranno a cacciar via i corvi e si salveranno. O magari scompariranno a causa dei corvi. Vallo a sapere. Davvero in Natura basta che un ragno modifichi la trama della sua tela per provocare cambiamenti epocali di ogni genere. Intanto Brandon si gode il suo “scrub” personale, ignaro del destino del mondo.

NEL POSTO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO

Rimuginando su questioni di etologia evolutiva acquattato nel mio cespuglio, a un certo punto ho distinto chiaramente uno sbuffo dalle narici. Chi ha a che fare con gli equidi sa benissimo a cosa mi riferisco. C’era un Khur alle mie spalle. Concentrato com’ero sul gruppo dei tre maschi che stavo osservando non mi ero accorto della presenza di altri. Almeno uno era alle mie spalle e molto, molto vicino. Non sto a descrivere la mia emozione quando, voltandomi lentamente, ho distinto appena dietro al mio cespuglio, semi nascosta dai rami, la sagoma di un grosso esemplare che si era fermato con le orecchie tese nella mia direzione. Era a cinque o sei metri, ma non poteva vedermi, perché dove ero accucciato i rami del cespuglio erano più fitti e io ero immobile. Sicuramente aveva però sentito il mio odore o comunque aveva capito che qualcosa non andava. Sono riuscito molto lentamente a togliere il coperchio dall’obiettivo della macchina fotografica e il khur non si è mosso. Poi ne sono arrivati altri due, dietro di lui, e si sono bloccati, anch’essi a controllare. Per arrivare al cespuglio avevo percorso l’interno della macchia laddove era più semplice, cercando di evitare le pozze e gli acquitrini. Avevo scorto e incrociato alcune piste e sentieri, battuti da orme animali e con escrementi anche freschi, ma era difficile dire se non fossero sentieri creati dagli umani, da che ne avevo visti più volte recarsi a piedi nudi verso l’acqua, esattamente come gli altri animali. Ciò che non potevo sapere era che il cespuglio nel quale ero accucciato segnava il bivio in cui un sentiero usato dai khur per recarsi all’acqua si biforca in due direzioni. Ero esattamente sulla pista dei khur. In breve ho cominciato a vederne sparsi qua e là, alle mie spalle. Avevo il cuore che mi batteva a mille. I più erano ammassati nei pressi del cespuglio, indecisi se affrontare o meno l’ultimo tratto del sentiero che li separava dal gruppo dei miei tre maschi, quello che li avrebbe portati allo scoperto. Poi finalmente il primo è partito, subito seguito da altri sei. Con un trotto di circostanza hanno attraversato l’acqua bassa della laguna regalandomi alcuni secondi di video fantastici. Solo una volta a debita distanza si sono fermati, uno alla volta, e hanno drizzato collo e orecchie verso di me, per vedere cosa mai fosse nascosto dietro quel cespuglio.

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GUJARATI FOOD

Sono seduto sulla sedia di plastica davanti al tavolino che Vikram, un ragazzetto tutto ossa che lavora qui tutti i giorni, ha posizionato per me davanti alla veranda. La cena me la servono qui perché con il filo di vento che si alza si sta meglio. È buio, ma la luce gialla della lampadina appesa ad una delle canne della veranda riesce ad illuminare quanto basta il cibo in tavola: 4 ciotole contenenti rispettivamente riso bianco, un pasticcio di patate e pomodori bolliti, una zuppa molto speziata e un’insalata piccante tagliata a foglie molto piccole. Poi c’è il contenitore con dentro le “chapati”, che sono una sorta di piadine simili al pane arabo. “Anything else, Sir?”, domanda Vikram. “No, grazie, sono a posto”, rispondo. “Vikram?”. “Yes Sir?”. “Non chiamarmi Sir. Per favore, chiamami Daniele. Lele, se ti risulta più facile”. Vikram ciondola la testa in quella gestualità tutta indiana a metà tra il compiaciuto e la conferma.

Assaporo il cibo in punta di lingua. Meno male che amo il piccante, altrimenti avrei avuto qualche problema. Quando sei lontano tutto è diverso. Gli idiomi, i profumi, i sapori. Già questo è sufficiente a creare una certa suggestione, che è poi uno degli ingredienti principali di cui il viaggiatore va alla ricerca. Se poi aggiungi un silenzio cosmico e un deserto buio davanti a te rischi di commuoverti.

“Si sta bene qui, vero?”, domanda Devjibhai poggiando una mano leggerissima sulla mia spalla. “È un paradiso”, rispondo. “Domani finisci i tuoi giri a piedi che stai facendo e il giorno successivo mio figlio Ajay ti porta con sé per un safari.” Devjibhai ha questa capacità di andare subito al sodo. “Facciamo il tuo permesso per il Santuario e andate al mattino e anche alla sera. Due safari. Così vedi bene il territorio e la biodiversità e poi hai la tua idea.” “È esattamente ciò che avevo in mente!”. “Really? La stessa cosa?”. “La stessa cosa”. Devjibhai si abbandona a uno di quei suoi sorrisi che spazzano completamente via tutta l’autorità che traspare in lui. Chissà cosa intende per “farmi la mia idea”. Rispetto a cosa?