WILD ASS DIARY – Con gli asini selvatici nel deserto indiano

 

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Chissà.

Chissà se quando è chino sullo zoccolo, mentre lima, gli passano davanti agli occhi ancora i colori del deserto, e ancora sente quel silenzio, o riascolta nella mente quel raglio che là scivola in uno spazio senza ostacoli. Là è India, e lui è Daniele Corsi, di cui voi tutti conoscete i bei testi già pubblicati su questo magazine e che sapete essere il pareggiatore forse con più clienti asini di tutta Italia (e chissà, forse d’Europa…).

Daniele – e chi lo chiama per la pedicure dei propri amici lo sa benissimo – non fa certo questo mestiere limitandosi a usare una competenza tecnica di gran livello. C’è, insieme a questo e ogni volta, un incontro, una riflessione, uno scambio, direi anche divertimento, pur nella fatica. Con i nostri asini, innanzitutto. E certamente poi con noi, che possiamo così confrontarci su temi che ci stanno così cari.

E così è successo che il pareggiatore che viaggia per tutta Italia col suo furgoncino attrezzato a casa abbia intrapreso lo scorso ottobre un viaggio nuovo, che meriterebbe la maiuscola: nel deserto indiano per osservare, nell’habitat che natura ha pensato per loro, gli asini selvatici o emioni.

Il viaggio è stato documentato tramite un diario e con fotografie che Daniele Corsi ha personalmente realizzato e che regala ad Asiniùs. Il testo e le immagini sono qualcosa di altamente prezioso, e sono personalmente grata a Daniele per questo dono. Pubblicheremo il diario a puntate, e iniziamo oggi dall’atterraggio in India, i primi passi di Daniele che si guarda intorno un po’ disorientato, fino all’emozione di un fugace incontro che aprirà la magia di un’esperienza unica. (AG)

 

21 ottobre 2015 – giorno 1 – 32 gradi

 

ARRIVO AD AHMEDABAD

È sempre un mistero atterrare di notte in una città sconosciuta. Dal cielo Ahmedabad somiglia a molte altre grandi città del mondo: una distesa infinita di luci. Sono arrivato molto assonnato alle 5 del mattino, ora locale. Prima missione in India: incontrare Ramesh. Ramesh è colui che dovrebbe portarmi fino all’Eco Camp di Mr Devjibhai, dunque è un personaggio abbastanza fondamentale ed è indispensabile che io lo incontri. Ma ecco, appena uscito dall’aeroporto, il primo candidato che si avvicina sorridente, con un pancione rotondo e il baffo ben curato, per offrirmi un taxi. “Thank you. I’m waiting for somebody” lo congedo gentilmente. “Right Sir”, risponde, “but if somebody doesn’t come, this body, ok?”, mi fai indicando se stesso con il pollice. Colgo con piacere la battuta, che penso sia proprio quello che ci vuole appena messo piede in un paese straniero!

Solchiamo con Ramesh questa città, nella sua auto che non è propriamente un taxi. È ancora presto e il sole non è sorto. Nei vicoli bui indorati dalle luci gialle scorgo corpi scuri sdraiati sui marciapiedi sopra un pareo. Altri senza neanche il pareo. Nelle vie più grandi, invece, c’è molta gente già attiva. Una infinità di tuck tuck parcheggiati a casaccio, la gente ai bordi delle strade, pezzi di carta e di cartone in terra mi fanno pensare che si stia allestendo un immenso mercato che occupi tutta la città. Invece è “solo” l’India. In India Il “dare precedenza” è sostituito dal clacson che vuol dire “passo prima io” e, come da noi un tempo, tre persone alla volta si abbracciano per tenersi sopra a un unico motorino. Gli odori e il caldo che Ahmedabad emana già a quest’ora del mattino rimandano inevitabilmente la mia mente a un periodo di una vita precedente in cui muovevo le mie gambe e i miei occhi avidi e curiosi per le strade di Bangkok, metropoli tanto affascinante quanto banalizzata dai più dall’idea del turismo sessuale. Esattamente come il facile accostamento Italia-mafia, Bangkok-sesso è un binomio altrettanto riduttivo per una città che offre invece tutta se stessa a chi sa apprezzarla.

Impieghiamo una mezz’ora buona solo per uscire dalla città. Poi la strada è tutta dritta e si snoda attraverso una natura sempre più arida. Attraversiamo piccoli villaggi polverosi con una moltitudine di vacche in strada, evitiamo i cani di taglia media che si somigliano tutti, a un passo dalla ben consolidata specie del cane asiatico rinselvatichito. Accostiamo donne colorate sul bordo della strada, con ceste immense in equilibrio sulla testa e superiamo camion grandi e piccoli con un’infinità di frange e lustrini colorati e gambe magre che penzolano da tutti i lati.

Dopo un paio d’ore Ramesh, uomo di pochissime parole, si ferma a pisciare in mezzo alla strada. Poi mi addormento nella carezza del vento tiepido che entra dal finestrino.

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DUBBI

Ahmedabad forse la visiterò l’ultimo giorno prima di partire, insieme a Pooja e Mit, amici indiani “acquisiti” tramite la mia amica neoasinara Laura. Laura lavora in ambito internazionale e quando recentemente, dopo aver pareggiato i suoi tre asinelli, sorseggiando una birra fresca seduti sotto la sua veranda con panorama sulla vallata di Netro (Biella), è venuto fuori che sarei atterrato ad Ahmedabad, subito si è attivata per contattare Mit, un suo collega indiano che vive proprio nella stessa città. Speravamo entrambi che Mit potesse intercedere per me con Mr Devjibhai e che attraverso un contatto tra connazionali sarei riuscito a sciogliere l’enorme dubbio che faceva ombra sulla mia partenza per l’India: sarei riuscito, una volta nel Little Rann of Kutch, a godere di un’osservazione relativamente libera (cioè svincolata dagli orari proposti dai safari) degli asini selvatici per cui avevo pianificato il mio viaggio? Da quello scarno scambio di e mail tra Devjibhai e me non si era capito granché e, anzi, l’idea che si stava formando dentro la mia testa era che quest’uomo, questo profondo conoscitore del deserto e della sua fauna, fosse quasi geloso e stizzito che uno sconosciuto gli prospettasse qualcosa che andasse oltre la sua proposta di safari.

Evidentemente mi sbagliavo. Infatti a Mit è bastata una telefonata ed una chiacchierata piuttosto piacevole, da ciò che mi ha riferito, per capire che una volta al suo Eco Camp Devjibhai si sarebbe reso disponibile in tutto. Sarebbe stato lieto di soddisfare, per quanto possibile, il desiderio e la curiosità di un occidentale amante degli asini selvatici, venuto da così lontano solo per incontrare l’emione. La motivazione della sua reticenza a fornire troppe informazioni via e mail ad uno sconosciuto era in effetti piuttosto fondata. Devjibhai ha avuto in passato alcuni problemi in merito a causa di “turisti” che lui stesso aveva introdotto mel Santuario degli asini selvatici e che poi si sono abbandonati ad attività illecite, non so di quale genere. Ricordo che questa notizia, quando mi è arrivata via e mail da Mit, aveva trasformato un mercoledì qualsiasi in un mercoledì davvero speciale.

Quando sono arrivato qui all’eco camp Devjibhai si è dimostrato davvero ospitale. Nonostante chiunque si fosse raccomandato con me di non accettare bevande se non da una bottiglia sigillata, come prima cosa non ho saputo dire di no al tè caldo che questo anziano signore mi ha offerto in una tazza che ha sicuramente fatto il suo tempo. Tanto se deve essere sarà, mi sono detto. L’ho bevuto a piccoli sorsi immettendo nel mio organismo, oltre al liquido caldo, una potenziale moltitudine di batteri sconosciuti al mondo occidentale, almeno tra quelli sopravvissuti alla temperatura nel bollitore, come si potrebbe iniettare la percentuale di virus contenuta in un vaccino. Sinora non si sono avuti effetti, ma è ancora presto per cantare vittoria. Ad ogni modo sarei piuttosto preparato ad un eventuale attacco di dissenteria. Oltre a una decina di bustine in sospensione di fermenti lattici per aiutare lo stomaco a riprendersi da un eventuale tsunami sono in possesso di 12 compresse di “Imodium” a base di loperamide cloridato, nonché di 20 capsule di “Codex”, che non è un manoscritto latino, ma un principio attivo che dovrebbe fungere da antibiotico. Ma soprattutto ho portato con me, non senza una certa difficoltà a reperirlo a Roma, una boccetta da 100ml di argento colloidale.

Tornando a Mr Devjibhai, appena sono arrivato pareva avesse una certa fretta di farmi capire che potevo stare tranquillo, che ero libero di fare ciò che più mi aggradasse e che se volevo andare in posti particolari per vedere gli animali li avremmo visti insieme e poi avrei deciso. “Dopo che mi hai scritto lo scorso anno mi ha chiamato la tua amica Paulami (la ragazza indiana grazie alla quale sono venuto a conoscenza di questo posto), poi anche il sig Mit. Sei una persona importante o cosa?”. “No, non sono nessuno”, ho ammesso arrossendo, “ma ero così preoccupato di non poter vedere gli asini…”. “Tranquillo, tanto sono dappertutto. Ora vieni che ti mostro il tuo Kooba”.

 

UN INCONTRO INASPETTATO

Teoricamente per questa giornata avevo deciso di non fare niente, riposarmi, “relax”, come mi ha suggerito Devjibhai. Ma dopo essere stato un po’ sdraiato sulla branda dentro al mio Kooba, sotto il ventilatore acceso a scrivere due righe, non ce l’ho fatta. Dovevo uscire.

Il sole del primo pomeriggio era alto nel cielo e l’aria era calda e quasi irrespirabile, ma io volevo almeno esplorare un po’ i dintorni. Devjibhai mi aveva mostrato, non lontano dal campo, un bacino d’acqua formatosi recentemente con i rovesci dei monsoni. Lì, al mattino e qualche volta alla sera, è possibile avvistare diversi animali che vanno ad abbeverarsi. Così ho infilato nella sacca una bottiglietta d’acqua, la macchina fotografica ed il cannocchiale e ho cominciato a camminare verso la laguna. Magari non avrei visto un bel niente a quell’ora, con quel caldo e sotto il sole cocente, ma speravo almeno di avvistare qualche uccello o altri animali del deserto. `

Al limitare dell’acqua, proprio sulla riva, un’infinità di impronte di perissodattili e altri ungulati si accavallavano e calpestavano l’un l’altra. Appena fuori, qua e là, gruppi di escrementi più o meno vecchi.

Sul terreno secco e duro una porzione di suolo era smosso e morbido e la terra in quel punto si presentava fina e quasi sabbiosa. Era evidente, dal movimento dolcemente curvilineo e dal modo in cui era disposta la terra, che in quel punto si era rotolato un Khur. Forse anche più di uno. Ho scattato una foto e poi ho rivolto la mia attenzione altrove, sbirciando dal cannocchiale.

A parte la sensazione dell’avventuriero e sentirsi un po’ come i pirati dei Caraibi, trovo che osservare la natura e andare alla ricerca degli animali con il cannocchiale sia un’esperienza più intima rispetto al  binocolo. Il binocolo lo applichi davanti agli occhi e ti ritrovi tutto più vicino. Ma scrutare da un cannocchiale è un po’ come spiare dal buco della serratura. Chiudere un occhio e dire “ok,”vediamo cosa c’è dall’altra parte”.

E dall’altra parte c’era lui, in carne ed ossa. Davanti a me, su una piccola lingua di terra che rientrava nella laguna, c’era un asino selvatico indiano. Un emione. Un Khur. Ho riposto il cannocchiale e preso la macchina fotografica. Per un indimenticabile attimo siamo rimasti così ad osservarci, lui con un ciuffo d’erba in bocca, io con la macchina fotografica all’altezza dell’ombelico. Ma un attimo svanisce subito e l’emione se ne è andato. Ha trottato attraversando l’acqua bassa della laguna ed è svanito dietro ai cespugli.