L’OCCHIO DELL’ASINO CHE CAMMINA (CON NOI). Chiacchierata con Luca Gianotti

 

luglio2011

Luca Gianotti non è certo uno che possa offendersi se gli dici che pensa coi piedi.

Il suo nome è da molti anni legato al Cammino (sì, con la maiuscola) e particolarmente al Cammino profondo, o Deep Walking, da lui ideato e proposto quale esperienza di percorso meditativo passo dopo passo. E’ laureato in filosofia, tra i fondatori della Compagnia dei Cammini e guida ambientale escursionistica.

 

Sul suo sito www.lucagianotti.it trovate ogni informazione sulle sue attività. Ma c’è un angolino che interessa particolarmente Asiniùs, motivo per cui l’abbiamo cercato per un’intervista: un angolo dell’Abruzzo, con il suo bed & breakfast e 4 fantastici asini. Luca Gianotti accompagna chi lo desidera in trekking someggiati nella zona, oppure affida gli asini ai visitatori, dopo breve ma adeguata preparazione. 

 

Come e quando sono arrivati gli asini nella tua vita?

Il mio avvicinamento agli asini è avvenuto – come accade a molti, ho poi saputo – dopo la lettura del libro di Stevenson “Viaggio nelle Cevennes”, scovato in biblioteca. Stevenson è stato un precursore del cammino; nell’800 è stato uno dei primi viandanti della storia… ha inventato il sacco a pelo! E ha scritto riflessioni profonde. Anche nel libro che Wu Ming 2 ha pubblicato per la casa editrice per cui collaboro c’è un racconto di Stevenson sul valore dell’essere viandanti;  non parla degli asini ma dice che la “congrega dei camminatori”, come li chiama lui, non è fatta di persone che guardano al pittoresco, al paesaggio, ma dentro la realtà.

Stevenson in quel libro descrive un rapporto con il suo asino che va maturando, cresce, non è sin dall’inizio felice.

Lui non è proprio un amante dell’asino, ma dà la suggestione del viandante che cammina con l’asino. Per me è stata solo una visione di inizio. Così come lo è stato leggere di una persona che in Piemonte se ne andava con i muli e, sopra, una canoa. Io avevo conosciuto Massimo Montanari anni prima come collega guida ambientale escursionista e poi l’avevo perso di vista, ero andato a vivere in Abruzzo, erano passati da quella lettura quasi 10 anni e poi, una decina d’anni fa appunto, mi sono ritrovato con un casale in campagna che era il sogno della mia vita, due ettari di terra in un posto isolato, e ho cominciato a pensare che quell’idea di camminare con l’asino potesse diventare realtà. L’attività di Massimo era decollata, lui aveva organizzato un corso a Gombola dove stava in quel periodo, è venuto anche qui e poi sono andato io a trovarlo. Infine sono partito con due asini suoi.

Quali?

Una era Eva, che c’è ancora, e Linda che purtroppo è morta. Le prime due. Ho cominciato così.

Ti ha venduto femmine perché le preferisce, per il trekking…

Sono le più adatte. L’unico maschio che ho è Nino, che ho trovato per caso. Lo tenevano a due km da casa mia in una villa, così, solo “per bellezza”. E’ un amiatino. Di solito le femmine sono più affidabili, più tranquille. Nino mi ha fatto qualche numero, è scappato per andare dietro a delle cavalle e l’abbiamo trovato dopo un giorno… insomma col maschio qualche problema in più c’è. Però Nino è un maschio speciale, e tutti lo amano molto!

Io ero già appassionato del camminare, e insomma per me gli asini erano questo: compagni di cammino. E poi avevo visto che nelle Cevennes, proprio perché Stevenson aveva fatto lì il suo viaggio, era partita l’attività del trekking con gli asini in autonomia. Mi piaceva l’idea di offrire alle persone la possibilità di un’esperienza dell’essere viandanti. Senza guida e senza troppe complessità. Massimo per primo mi ha detto “No! Tu i tuoi asini non li puoi dare a sconosciuti!” Come mi hai detto tu quando ci siamo sentiti per l’intervista…

Però tu mi hai dato una bella risposta. Mi hai detto che è come affidare i tuoi figli agli amici

Sì. E’ chiaro, ci vuole serenità, e poi facciamo tante rassicurazioni. L’unico errore che mi ricordi fu proprio il primo anno quando ci tornò un asino con una piaga nel punto dove passa il sottopancia. Però dopo siamo diventati più esperti e diamo le informazioni giuste. Abbiamo un buon controllo della situazione. Ci possiamo fidare delle persone. Ovviamente facciamo una selezione piuttosto severa.

Oggi gli asini sono quattro: dalle due mamme erano nate Sophie, figlia di Eva, e Toffee che è figlia di Linda. Linda però è morta e Toffee è stata cresciuta da Eva.

Quando affidi i tuoi figli perché vadano con gli amici in vacanza tu oltre a fidarti di questi, per le cure che ne avranno, fai delle raccomandazioni ai tuoi figli e ti fidi anche di loro. E’ così anche con gli asini?

Diciamo così: noi quando dobbiamo selezionare chi esce cerchiamo di capire lo stato d’animo e lo stato di salute dei quattro asini e decidiamo noi. Ci piace però anche sentire l’empatia che nasce quando facciamo entrare le persone nel paddock, presentiamo loro gli animali e chiediamo “Quale vorresti portare?”. Poi condizioniamo la scelta: se vediamo che uno è nervoso, se ha gli zoccoli che si sono logorati un po’ troppo, lo teniamo a riposo. Se invece lo vediamo voglioso lo scegliamo. Loro sanno che quando entriamo in un certo modo è perché vogliamo partire e chi ha voglia di farsi un giretto inizia a correre. Allora la selezione funziona bene.

Non avete più avuto guai dalla volta della piaga?

Mah, diciamo che piccoli guai qualche volta ci sono perché fa parte della vita, e quello è un viaggio vero. L’avventura in sé è sempre piena di contrattempi, però si tratta di piccole cose. Nino è scappato un paio di volte. Un giorno è tornato a casa da solo lasciando un ragazzo con la tenda in mezzo alla montagna, con il basto e le sacche. Lui era impossibilitato a muoversi. Ma noi diamo un appoggio importante, segniamo tutti i sentieri, tutti gli anni li riapriamo, facciamo la manutenzione, diamo un road book dettagliato e assicuriamo reperibilità telefonica. Quindi in quel caso siamo andati a prendere il ragazzo col fuoristrada. Secondo me era chiara ed evidente la non affinità. Perché Nino è molto amichevole, ha voglia di stare con tutti, sta bene in compagnia, sta bene in viaggio. Gli asini sono come gli umani, il primo giorno del cammino devono rompere il fiato. Quel giorno sono un po’ meno collaborativi poi prendono l’andamento e allora si vede che si divertono, anche perché li carichiamo con un peso molto basso. Anzi il nostro problema più grosso è che vivendo in una zona di montagna abbiamo una stagione del trekking molto corta e un inverno lungo. E noi soffriamo il fatto che loro stiano fermi. L’occhio dell’asino che cammina è un occhio sereno, gioioso, Invece in inverno dopo qualche mese si spegne un po’. Camminare muove energie positive agli umani, e questo credo che valga anche per gli asini.

Sui terreni che percorrono questi asini si sente il rumore degli zoccoli?

Abbiamo un percorso più facile su terra mentre in montagna, dove il terreno è più roccioso e quel rumore è più evidente, ci va chi fa cose più ardite, spesso proprio dopo aver fatto le Cevennes.

Mi viene in mente un aneddoto dell’inizio, quando non sapevo che cosa gli asini sapessero fare dal punto di vista tecnico del cammino. Ho sempre avuto l’idea che bisognasse stare attenti invece loro sono bravissimi dal punto di vista escursionistico. E mi è capitato sia in Maiella che qua di pastori che mi dicessero “No! Da lì non puoi passare con l’asino! Il sentiero è troppo difficile”. Erano passaggi un po’ esposti, ma loro si son rivelati molto bravi, li fanno agevolmente, fanno anche piccoli salti sulla roccia.

Tu hai proposto un’esperienza che chiami Deep Walking, Cammino Profondo, con carattere meditativo. La fai anche con gli asini?

No, perché l’asino ti assorbe l’attenzione. Sì, in certi tratti la mente può essere anche libera, però questo è il camminare del viandante libero “in libera strada” come diceva Walt Whitman.

Quindi un viaggio dell’andare a scoprire? Più orientata verso l’esterno?

Beh, verso l’interno c’è tutta una parte importante che è quella di mettersi in gioco. Vivere in condizioni un po’ selvatiche, piantare una tenda, accendere il fuoco, gestendo un animale che non conosci. Questo fa molto bene alle famiglie perché mette ad esempio adulti e bambini sullo stesso piano, smaschera le coppie e allora ci si rimette un po’ alla pari, il bambino vede il papà con le sue difficoltà, il papà vede il bambino con le sue capacità.

C’è un’altra esperienza importante per queste persone, quella del tempo lento che l’asino insegna.

Sì, devono adattarsi subito ai tempi lenti, ma soprattutto ai tempi dell’asino che sono lenti e no, comunque diversi dai nostri. Per esempio siccome noi non sappiamo vivere bene il nostro presente e siamo sempre “proiettati verso” quando sentiamo aria di arrivo acceleriamo. L’asino questa cosa non la fa. Lui continua ad andare allo stesso passo. Durante il cammino il tempo di entrambi si uniforma ed è rasserenante.

Poi le giornate sono lunghe, quindi si impara anche a fare le soste, fermarsi sotto gli alberi all’ombra, e tutto acquisisce nuovo senso.

RainerGabi

A proposito di rapporti familiari Enrico Brizzi ha testimoniato in un libro il cammino fatto con i tuoi asini. Su una questione molto importante per lui.

Sì, la separazione con la moglie e l’arrivo di una bambina dalla nuova relazione. Lui è venuto già due volte e vuole tornare una terza. Le bambine si sono molto affezionate, come spesso succede. Lui intrepreta l’andare con gli asini come un momento per sé e le sue bambine. Un modo per stare in famiglia. E questo tipo di esperienza, stare lontano, fuori dalle infrastrutture, dall’essere connessi, dai telefonini, dai giochi, questo spoglia le persone. Ricordo un manager di Bologna che venne con la famiglia proprio per fare questo. Aveva due adolescenti in difficoltà e voleva riaggiustare i legami familiari. Lui e la moglie avevano letto un po’ di cose e pensato che fosse l’esperienza giusta per il loro percorso familiare, quasi di analisi.

Al loro ritorno ti è sembrato che fosse andato così?

Beh sì, mi è sembrato di sì.

E in generale le trovi diverse, le persone, quando tornano?

Eh sì. Intanto sono tutti sporchi e abbronzati e spesso, magari, scalzi. Li vedi aver recuperato un lato selvaggio, e sorridenti. Credo che questa sia la cosa più bella, quando li vedi entrare dal cancello…

Pensavo proprio a quella scena, a voi che li vedete rientrare, molto bella.

Noi sappiamo che arrivano, che so, tra le due e le quattro. E facciamo una serie di ipotesi, a seconda delle persone. Verso le due cominciamo ad aspettare, e si vede sempre questa entrata, come un trionfo, il sorriso. Gli asini vengono lasciati nel paddock, e c’è il momento emozionale del saluto. E poi anche la mattina dopo, quando ripartono, c’è l’ultimo saluto agli asini. Questo è il motivo per cui ci piace fare questa cosa, per questa bella sensazione di gratitudine e gratificazione che sentiamo anche noi in questo percorso di cammino. Anche se non siamo con loro.

Mi sembra che in qualche modo siate con loro sempre.

Certe volte è quasi peggio così! Quando ci sono le bufere o il temporale estivo molto violento e tu sei lì a dire “Oh mio Dio! Come staranno gli asini? e loro dove saranno? Chiusi in tenda, speriamo bene, li chiamiamo no non li chiamiamo sennò li disturbiamo”… momenti di apprensione.

Voglio infine ricordare che tu ospiti, sul sito, la Carta etica dei diritti dell’asino.

Sì c’è, l’ha scritta Massimo Montanari.

E’ bellissima. Ed è bellissima che ci sia e che voi chiediate a chi arriva di leggerla.

Quando noi vediamo che le persone hanno capito che l’asino non è un mezzo di trasporto le indicazioni che diamo loro sono di accettare di avere certe attenzioni e aderire ad alcuni valori. E di leggere il librino “Invito all’asino” che ha scritto sempre Massimo. E così entrano nel vivo dell’esperienza.

Sottolineo tre punti della Carta che mi hanno molto colpito. Li cito così, non ti sto facendo una domanda specifica, accolgo quello che mi vorrai dire.

Intanto mi è piaciuto molto un concetto… che il conduttore non debba spingere l’animale in situazioni pericolose è evidente, ma è meno evidente che le situazioni non debbano neanche essere – si scrive nella Carta – “ridicole o imbarazzanti”.

Quindi l’attenzione a che l’asino non sia messo in imbarazzo. Lo rileggo e ho la pelle d’oca…

Bisogna distruggere certi luoghi comuni. Quando le persone arrivano qui e iniziano con i giochini soliti “Sei tu l’asino”, “l’asino è lui”, noi sempre bacchettiamo, non lo facciamo passare come uno scherzo innocente, facciamo sempre una riflessione sul fatto che invece gli asini sono stati bistrattati culturalmente contro ogni motivo reale. Quindi dobbiamo portare rispetto a questo animale.

Direi che quel punto la dice ancora più grossa… nel senso che quello di cui mi stai parlando fa riferimento a un altro passo, scritto anche in questo caso molto bene, dove si dice che esiste “una propensione al dileggio e all’insulto che oggi è anacronistica nell’ottica di affettività che l’animale sa trasmettere”. Quello che stavi dicendo tu. Insomma bisognerebbe proprio piantarla con questa storia che asino è sinonimo di stupido. (Anche questa rivista – teniamo a dirlo – non ha mai perso occasione di sottolineare, e ripetere con pazienza e costanza,  questo concetto al quale tutti noi aderiamo con convinzione profonda).

Però non metterlo in situazioni ridicole o imbarazzanti va ancora oltre. Non solo non sei stupido, ma io non voglio metterti a disagio… è una cura molto attenta alla sua personalità. E’ molto alta come riflessione… scusa, non è una domanda… ti sto solo dicendo quello che mi emoziona in queste parole.

Come mi emoziona l’ultimo punto, il numero 8 della Carta etica, che ti leggo per proporlo ai nostri lettori e per condividerlo con te come momento di chiusura di questo nostro incontro del quale ti ringrazio enormemente.

“8 – Diritto a essere asino

Per quello che l’asino ha rappresentato nei secoli occorre una presa di coscienza che doni all’animale, anche nell’immaginario individuale e collettivo, il prestigio di essere se stesso”.

Questo è un tributo fantastico che meglio non si poteva dire, e che quindi rende molto onore a voi ed è una garanzia della qualità del rapporto che insegnate ad avere con questo animale.

Ma sai, un po’ continua a preoccuparmi – ma è una mia ansia che viene fuori – l’idea che uno arriva lì, magari non è mai stato con un asino, e tu gli insegni qualcosa e poi lo lasci andare.

Lo so, ne parlo spesso, ed è difficile che un amante degli asini questa cosa la sappia accettare. Però per noi è stato molto spontaneo. E riconoscere all’asino il suo prestigio è molto visibile quando uno è viandante in cammino. Perché viene visto come un essere umano assolutamente innocuo, più bisognoso di aiuto che non. Immagina uno che arriva in un paesino con una moto, e uno che ci arriva invece a piedi. E’ assolutamente meno aggressivo. Se ci arriva con un asino, poi! Qui si passano paesini magari con dieci abitanti, dove tutti escono dalle case e dicono “Noi ce l’avevamo, l’asino, è tanto tempo che non lo vedevo, che bello quando mio nonno l’aveva”. L’asino aveva un ruolo molto importante, viveva nella stalla sotto casa, la stalla era proprio nell’edificio principale, era un animale che si teneva vicino a sé. Il prestigio dell’asino era ben riconosciuto in questi territori. C’è movimento umano nei paesini. L’ho visto anche io camminando per nove giorni con la mia compagna e il bambino di nove mesi. Siamo stati accolti, ci davano la casa, cibo… è stato molto bello. L’asino apre le porte.

Mentre ti ascolto mi si placa già l’ansia e rivedo tutto questo come un cammino che peraltro anche gli asini stessi conoscono, non sono allo sbaraglio…

Eccome! Qualcuno come ti dicevo è anche tornato indietro da solo!

E ti racconto una cosa buffa: tutti gli anni vengono persone dalla Germania, e sono sempre tutti biondi. Ed è capitato che un vecchietto fosse convinto, l’anno seguente, di rivedere la stessa famiglia; avevano anche lo stesso asino della famiglia dell’anno precedente, e non c’era modo di distoglierlo dalla sua idea. “Che bravi! – sorrideva – Siete tornati! Bravi Bravi!”. E sorrideva, sorrideva.

 

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