CURARE L’ASINO: I VETERINARI A CONGRESSO. INTERVISTA ALLA D.SSA MARIA VITTORIA TAVOLA

 

Maria Vittoria Tavola, Medico veterinario specializzata in equini, ha partecipato al congresso SIVE tenutosi a Pisa a inizio febbraio, dove per la prima volta  – e finalmente – un’intera giornata è stata dedicata alle cure dell’asino e alle differenze tra questo e il cavallo.

L’abbiamo incontrata e intervistata, e l’immagine dell’asino che – nel considerare le peculiarità dei suoi atteggiamenti di fronte al dolore, alla malattia e alle manovre del medico – ci arriva è quella di un animale forte, stoico, poco antropomorfizzabile, deciso a non modificare il suo status asinino e anche… grande amatore.

sive congressoQuesti i relatori presenti alla giornata dedicata all’asino:

Karen Rickards del Donkey Sanctuary, che ha tenuto una relazione sulle patologie del piede e le patologie mediche più frequenti;

Sara Nannarone dell’Università di Perugia, il cui intervento ha trattato l’anestesia nei “fratelli diversi”;

Vincenzo Veneziano dell’Università di Napoli e Fabrizia Veronesi dell’Università di Perugia che hanno trattato il tema delle parassitosi

Francesco Camillo dell’Università di Pisa che ha parlato delle tecniche di inseminazione artificiale

Qui il programma completo: http://www.sive.it/en/PDF/2015_XXI_SIVE_programme.pdf

Ma ascoltiamo cosa ci racconta Maria Vittoria.

Com’è successo che quest’anno finalmente al congresso si sia parlato – e così a lungo – di asini?

Luca Merlone del Rifugio degli Asinelli ha lanciato un appello ai miei colleghi. L’aveva già fatto via mail, indirizzando a tutti gli iscritti SIVE, Società italiana dei veterinari per equini, organizzatrice del congresso. Ha chiesto che si creasse una rete di esperti di asini in grado di far fronte alle richieste di chi ha bisogno in tutta Italia perché la cosa che appare chiara è che l’asino non è un cavallo con le orecchie lunghe! E’ una specie ben codificata già dagli antichi.

Prima di tutto l’asino ha 62 cromosomi, il cavallo 64. Quindi parliamo di due specie nettamente diverse, equus asinus ed equus caballus, e non possiamo mai pensare di curare l’asino come si fa con i cavalli. E’ sbagliato e potremmo andare incontro a spiacevolissimi inconvenienti. Il tema principale del congresso – essendo tutti noi veterinari di cavalli – è stato proprio quali fossero le differenze tra i due.

Ma è la prima volta che ti capita di ascoltare questi argomenti al congresso?

Ecco, a proposito di questo ti ho portato gli atti del convegno statunitense organizzato il 4 dicembre 2002 dalla AAEP, che è l’associazione più importante a livello mondiale di veterinaria equina. Loro sono avanti, non c’è niente da dire! Addirittura quell’anno hanno dedicato un pomeriggio intero alla medicina dell’asino e del mulo. Usano tantissimo il mulo. Anche per dimostrazioni di etologia, o ad esempio nel grand canyon. I trekking li fanno da anni…

Quindi per me, che ho la fortuna di poter andare sempre a questo convegno negli Stati Uniti, non è la prima volta, non è una sorpresa. Ma è una sorpresa in Italia.

Le sessioni sono state seguitissime, tanti colleghi si stanno occupando di questo animale.

Di cosa hanno parlato, entrando nello specifico?

Il primo tema trattato, e considerato tra i più importanti, è stato quello delle malattie del piede.

Evidente la differenza nella forma: il piede dell’asino è cilindrico mentre quello del cavallo si allarga. L’articolazione tra la seconda e la terza falange nell’asino non corrisponde al solco coronario ma è più bassa. Questo comporta per esempio il fatto che mentre nel cavallo si usano le solette per sostenere il centro del piede nell’asino questo non si deve fare. Anche nel caso di laminite. Porterebbero ad una compressione su tutta la struttura centrale che sarebbe dannosa. Bisogna anche saper interpretare le radiografie, non pensare che il piede sia “sprofondato” perché è invece normale che sia più basso del cercine coronario.

La laminite ha la stessa origine di quella del cavallo; è una malattia subdola perché la sintomatologia non è così evidente. E qui entriamo nel grande discorso della differenza di sopportazione del dolore. L’asino è considerato “stoico”: mentre il cavallo è estremamente suscettibile a qualsiasi forma di dolore, l’asino lo sopporta meglio; sicuramente prova lo stesso dolore ma ha degli atteggiamenti differenti. Per esempio la laminite ha una sintomatologia eclatante nel cavallo, che non cammina e assume un atteggiamento caratteristico col peso portato all’indietro, manifestando anche nell’espressione il dolore. Invece l’asino non ha le stesse espressioni e dobbiamo noi stare più attenti: il peso, se osserviamo attentamente, vediamo che viene scaricato, l’asino più spesso sta in decubito e nella laminite cronica si rileva l’atrofia della spalla.

Il controllo frequente dello zoccolo aiuta la prevenzione?

Sicuramente. Nella laminite cronica c’è una deformazione dello zoccolo, che può arrivare al cosiddetto “becco di clarino” o “babbuccia di aladino”: la suola, normalmente piatta o concava, tende a diventare convessa perché la punta della terza falange, che si è abbassata, spinge. Nelle radiografie la rotazione la vedi bene e invece, come abbiamo detto prima, lo “sprofondamento” non ci deve preoccupare più di tanto. La laminite ha principalmente un’origine alimentare. E qui tocchiamo l’altro grande argomento che è l’alimentazione dell’asino. Non deve mangiare come il cavallo. Un asino che mangia gli stessi alimenti del cavallo è sicuramente destinato a divenire obeso e quindi sviluppare le patologie legate a quello stato, non ultima la laminite. L’asino deve mangiare meno del cavallo, non deve mangiare i cereali, solo fieno e in quantità inferiore rispetto a un cavallo dello stesso peso. E soprattutto l’asino in natura mangia tutti gli alimenti grossolani come rami, rametti, rovi e non dobbiamo vietarglielo. E’ infatti usato come giardiniere perché va lì dove il cavallo non andrebbe mai.

E noi dobbiamo lasciarlo fare…

Sì perché lui ha bisogno di queste fibre più grezze.

Un’altra malattia che può essere determinata da un’alimentazione sbagliata è la colica da costipazione. Al congresso ci hanno detto che in linea di massima l’unica colica che si manifesta nell’asino è questa. Le feci sono secche e l’intestino non si muove. Le cause? alimentazione eccessiva, o con fieno troppo raffinato senza accesso ad altri tipi di vegetazione, e scarso movimento. Per potersi muovere deve star bene, ovviamente.

E la colica si tratta allo stesso modo in asino e cavallo?

Sì, bisogna somministrare delle sonde con liquidi, purganti, farmaci che migliorino la motilità intestinale e antinfiammatori per evitare problemi di endotossiemie.

Però vale anche qui lo stesso discorso della manifestazione diversa dei segni?

Certo. Vedendo un asino inappetente, triste, depresso bisogna preoccuparsi: tutte le manifestazioni di dolore come guardarsi il fianco, raspare, buttarsi per terra l’asino non le ha, quindi bisogna osservare le grandi funzioni fisiologiche, e se l’asino si alimenta e defeca normalmente.

Insomma l’asino chiede a noi un’attenzione molto maggiore. E vi mette più alla prova.

Probabilmente sì. Bisogna studiare bene i sintomi, tutta la situazione clinica. E a proposito della sonda: è una manovra che nel cavallo si esegue abbastanza frequentemente per somministrare grandi quantità di liquidi che altrimenti sarebbe impossibile somministrare ma c’è una differenza importante tra asino e cavallo: il recesso faringeo, una cavità appena dietro all’epiglottide, nel cavallo è piccola e sfuggente mentre nell’asino è molto grande ed è quella che gli permette anche il ragliamento perché fa da cassa di risonanza. La sonda che deve penetrare dalle cavità nasali e poi seguire quella via per entrare nell’esofago si va ad infilare in questo recesso e quindi dev’essere molto più piccola di quella adoperata per il cavallo. Serve anche una certa esperienza. La stessa cosa avviene nell’intubazione per l’anestesia. Anche in questo caso il tracheotubo, come la sonda, tende ad infilarsi nel recesso. Ma non è tutto: c’è anche un’angolazione diversa nel tragitto. Nel cavallo c’è una semiellisse, nell’asino un angolo retto e quindi tutto quello che inserisci sia dalla bocca che dal naso tende a ficcarsi dove non deve. Nell’intubazione per i prolungamenti di anestesia bisogna stendere molto la testa dell’asino per ridurre quest’angolo. Un’altra differenza anatomica importante di cui il veterinario deve tenere conto emerge con la necessità di iniezione endovenosa nella giugulare. Nell’asino la parte media del collo – quella che nel cavallo è più accessibile per trovare questa vena – è coperta da un muscolo molto sviluppato, che la nasconde. L’iniezione va allora fatta o molto in alto o molto in basso, dove questo muscolo è più sottile, non nel segmento medio del collo. Se non lo sai, cerchi questa vena a lungo senza trovarla, e rischi innanzitutto di fare male all’asino ma anche di fare un danno.

Un’altra differenza interessante riguarda le vertebre: loro hanno 5 vertebre lombari invece il cavallo 6. Le apofisi spinose delle sacrali (cioè quelle protuberanze ossee che dal tetto della vertebra si dirigono verso l’alto e costituiscono la base ossea della groppa) hanno un’angolazione diversa: nel cavallo sono quasi perpendicolari al terreno, nell’asino l’angolo è più caudale. Quindi qualsiasi manovra che vada a interessare quella zona deve tenerne conto. Le vertebre coccigee nell’asino sono molto più sviluppate e nel caso ad esempio si dovesse eseguire un’anestesia epidurale si deve tener conto di queste differenze anatomiche: sono più spesse e volgono verso terra. Lo si capisce del resto anche guardando il dorso di un asino e quello di un cavallo.

Altre diversità importanti?

C’è un discorso da fare sulla misurazione del peso. Noi per i cavalli misuriamo, con appositi nastri, la circonferenza toracica appena dietro al garrese e tramite calcoli specifici possiamo stimare grosso modo il peso dell’animale. Lo stesso calcolo nell’asino non funziona. C’è invece una formula piuttosto complicata: altezza al garrese meno distanza dalla pancia al suolo (fondamentale nell’asino la pancia, una peculiarità che fa sì che tutte le funzioni siano diverse) moltiplicata per la circonferenza toracica per la lunghezza dalla punta della spalla alla natica, il tutto diviso 3500.

In alternativa c’è questo normogramma [vedi figura]. Servono due dati da incrociare: circonferenza toracica e distanza dal gomito alla punta della natica. Li intersechi e ti viene il peso.

Normogramma peso asini

Per scrupolo verso chi dovesse leggere gli atti del convegno vorrei precisare che io ho chiamato la dottoressa Nannarone, che ha indicato questo modo di procedere, perché sugli atti non c’è scritto “gomito” ma “spalla” e invece il disegno si contraddice. Lei ha confermato che si tratta della punta del gomito.

Altra cosa importante anche se di tutt’altro genere: l’asino si adatta molto bene ai climi caldi, è estremamente versatile, e quindi si disidrata meno velocemente del cavallo.  Le condizioni cliniche sembrano normali, gli esami del sangue anche, anche l’ematocrito. Ma può essere che l’asino sia già molto disidratato quindi non basta avvalersi di questi esami, devo valutare altri fattori: le mucose, l’elasticità della pelle. Da un momento all’altro le condizioni possono precipitare più velocemente che nel cavallo. Questo proprio perché l’asino sa adattarsi meglio e resiste fino allo stremo.

Siamo sempre lì: sintomi che non si mostrano.

Sì, è così. L’asino riesce a mantenere un’efficiente circolazione anche con una disidratazione del 20%.

Inoltre mentre il cavallo  in climi molto freddi o molto caldi mantiene costante la temperatura, nell’asino in climi molto freddi la temperatura può scendere fino a 35° senza che l’animale manifesti problemi clinici. E’ un po’ come la questione dell’ematocrito. Scende fino a 35°, però se ulteriormente scende sotto questo livello l’abbassamento è  veloce perché l’animale non è più in grado di mantenere attivo il metabolismo. Ancora una volta: resiste, resiste, resiste ma poi crolla più velocemente. Quindi se noi valutiamo la temperatura a 35° in un  cavallo consideriamo che lo stato è già gravissimo. Su un asino no, però allo stesso tempo dobbiamo sapere che se permangono le condizioni che l’hanno portato ad abbassare così tanto la temperatura, poi può essere impossibile riprenderlo.

La frequenza cardiaca è uguale a quella del cavallo, intorno a 35/38 battuti al minuto, ed è un ottimo indicatore di dolore: sale all’aumentare di questo. Utile proprio per quanto abbiamo detto sulla difficoltà dell’asino ad esprimere i segni della sofferenza. La frequenza respiratoria invece è più alta nell’asino, tra i 20 e 30 atti al minuto. Nel cavallo 15/20.

Dicevi prima della relazione di Veneziano e Veronesi sulle parassitosi.

Qui emerge un altro problema. Le parassitosi sono le stesse in asino e cavallo ma tutti i farmaci sono registrati espressamente per l’utilizzo su quest’ultimo. Per cui usiamo la stessa dose del cavallo adattandola al peso dell’asino.

Quindi voi oggi – per tutti i farmaci, non solo gli antiparassitari – siete costretti ad adattare la posologia all’asino senza però avere indicazioni precise. Andando un po’ a occhio.

Sì andando a occhio ma, di base, tenendo presente che, avendo l’asino un metabolismo più veloce del cavallo, i farmaci vengono smaltiti più in fretta; è necessario quindi che le dosi e le frequenze di somministrazione siano sempre rispettate e arrotondate per eccesso e mai per difetto, e che le quantità siano sempre esattamente adeguate al peso. E qui torniamo all’importanza di poter determinare questo peso. Il problema si pone soprattutto con gli anestetici. O per patologie come la polmonite che richiedono l’uso di antibiotici, farmaci da utilizzare con frequenza e posologia molto precise.

E quindi sarebbe auspicabile la registrazione di farmaci per l’asino?

Certo!

E si pone anche un problema sugli effetti collaterali?

L’unico farmaco che sicuramente è pericoloso è quello che si usa per curare la piroplasmosi, una malattia del sangue trasmessa dalle zecche. Si tratta di un protozoo che va a “rompere” i globuli rossi. Le malattie portate dalle zecche sono purtroppo in aumento anche per l’uomo. Le zecche sono aumentate perché piove di più e gli inverni sono meno freddi. La piroplasmosi è una realtà nell’asino, soprattutto negli allevamenti con tanti esemplari nello stesso ambiente. Ancora una volta, mentre nel cavallo c’è una sintomatologia evidentissima (febbre alta, abbattimento, mucose bianche e gialle per anemia e ittero) nell’asino non ci sono questi segni ma solo inappetenza, dimagrimento e apatia.

Ma attenzione: qui la dose del farmaco da usare è molto più bassa che nel cavallo, perché se somministrato a dose piena può portare anche alla morte. L’asino è più sensibile a questo farmaco, che si chiama Imidocarb proprionato (Carbesia il nome commerciale). Tutti lo conoscono. Che non venga in mente a un veterinario di dare la dose piena a un asino perché muore! Non solo va divisa la posologia ma bisogna anche somministrare prima altri farmaci per evitare effetti collaterali e contrastare l’effetto tossico. Però il farmaco va senz’altro dato, perché funziona molto bene contro questi protozoi.

Gli asini poi, e il Martina Franca in particolare come tutti quelli che hanno pel lungo, sono maggiormente soggetti alle ectoparassitosi, in primis i pidocchi e i diversi tipi di rogna.

E’ importante tenere sotto controllo il pelo e la cute. Si possono formare sarcoidi, tumori benigni; io ne ho visti tanti nell’asino. Se li prendi subito li blocchi, se invece li trascuri diventano anche molto grossi. Le infestazioni da pidocchi evolvono poi degenerando anche in infezioni batteriche.

Francesco Camillo invece ha parlato di tecniche di inseminazione artificiale.

Lui ha presentato un bellissimo lavoro sull’asino di Pantelleria (a rischio estinzione) con l’embiotransfer. Le donatrici di embrioni di Pantelleria hanno donato a mamme surrogate ragusane (le cosiddette “presta utero” ) ma i medici hanno avuto molte difficoltà rispetto a quando lavorano con i  cavalli. Nell’asino è difficilissima la riuscita ma non si capisce bene perché. L’asino è certamente più delicato: la cervice dell’asina è stretta e spiraliforme, quindi c’è rischio di traumatismi e insuccessi per l’impianto dell’embrione. Inoltre è più difficile conservare il seme dell’asino. Resiste meno di quello del cavallo. L’altra cosa carina dell’asino è che il corteggiamento è molto più lungo che nel cavallo e i tempi medi per ottenere un’eiaculazione valida sono di trenta minuti. Nel cavallo 10. Quindi anche quando fanno il prelievo del seme devono avere tanta pazienza!

Tutto fa pensare a un animale più “selvaggio” del cavallo, meno trattabile. A un animale che vuole essere poco maneggiato, poco antropomorfizzato.

Insomma, a un animale che, per quanto riguarda le nostre umane manovre, ci guarda e dice “Lasciatemi stare”.