UN ASINO COME GESÙ

 

“Non si può amare l’asino e non vedere questo capolavoro”. L’appassionato suggerimento mi veniva nientemeno che da Silvano Petrosino, tra i più brillanti studiosi di Filosofia Contemporanea (in particolare dell’opera di Heidegger, Lévinas e Derrida), Docente all’Università Cattolica di Milano, così amato dai suoi studenti da vantare una pagina Facebook da loro creata dal titolo “Tutti pazzi per Silvano Petrosino!!!” con tanto di punti esclamativi.

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Il riferimento, e l’invito, era alla proiezione – lo scorso novembre al Centro San Fedele di Milano – del film “Au hasard Balthazar” di Robert Bresson del 1966, che il filosofo avrebbe introdotto e poi commentato.

Il film è in bianco e nero e il pianoforte accompagna le immagini. È sempre Schubert, Sonata in La maggiore, opera postuma, D 959 (suggerisco di ascoltarla qui mentre leggete questo articolo).

Balthazar è il protagonista, un asino che, simboleggiando Cristo, non solo porta il carico del male che gli umani intorno non risparmiano a se stessi e alla natura, ma – rubo le parole di Petrosino – con il suo sguardo fa da testimone a questo male, senza poterlo togliere dal mondo (“Neppure Cristo ci è riuscito!”) ma portando alla nostra coscienza l’unica cosa che è in nostro potere fare: chiamare Male il Male e Bene il Bene. E non – ammonisce il filosofo – cercare sempre, come si fa accanendosi contro gli ultimi, una mezza giustificazione perché quel male diventi, anche, un po’ bene.  Goffo tentativo di salvare così le nostre anime imperfette…

936full-au-hasard-balthazar-posterNelle scene del film (che ha avuto riconoscimenti altissimi di critica e anche di pubblico) lo sguardo di Balthazar (che nel meraviglioso titolo è lì “per caso”) – sguardo che voi, amici degli asini che ci state leggendo, conoscete bene –  è sempre presente di fianco alle brutture che si svolgono non lontano da dove lo hanno legato.

Lo vediamo profondo e ineluttabile, mentre il pianoforte lo dipinge straziante e in lontananza arriva il rumore del male nella violenza a una ragazza. Brutture, cattiverie e orrori che a volte anche, gratuitamente e nella banalità, sono usate contro lo stesso animale. Balthazar inizia la sua vita battezzato da due bambini che lo adottano e la termina nella scena finale straziante della sua morte, carico del peso degli oggetti umani da contrabbandare (tutto, tutto il nostro umano male è lì simboleggiato), con un gregge di pecore giunto intorno. Lo sguardo dell’asino, che è quello di Bresson (continuo a rubare a Petrosino, naturalmente) non è di denuncia sociale né alla ricerca delle cause del male. Risolve tutta la sua funzione nella testimonianza.

Qui uno spezzone del film, che ora anche io consiglio a chi non l’avesse mai visto: http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=2396

Illuminato Bresson, genio! Dal battesimo alla morte ecco la vita di noi tutti poveri cristi specchiati in quegli occhi lucidi, che hai scelto appartenere a un animale! E illuminante Petrosino! Sempre grazie!

Ecco, ascoltare la riflessione di persone che non frequentano quotidianamente l’asino ma hanno così chiaro il senso della sua presenza tra noi da arrivare a dire, come ha fatto Petrosino quella sera, “dobbiamo essere grati per quello sguardo. La grazia è ciò che ti fa vedere le cose, le illumina” è stato così emozionante, così commovente, così potente. E nuovamente ha confermato che quello che noi facciamo, cercare l’Incontro con l’asino e ogni giorno ringraziarlo e averne cura, e guardarlo per apprendere, è qualcosa di profondamente spirituale, preziosissimo. E pensare che c’è ancora chi mi chiede “Ma COSA CI FAI, con l’asino?” Io, con l’asino, sto. Che fortuna, che dono.

E grazie a chi vi cerca, Asini! E vi ama e sa portare in alto il vostro muso.

Non sapremo mai cogliere tutto quanto ci potete dire, ma ci sforziamo di esserne degni. Noi stiamo con gli Asini.